Papa Francesco racconta il suo viaggio

èItalia 110 – Eventi

Papa Francesco ha ripercorso le tappe salienti del suo viaggio apostolico a Cuba e negli Stati Uniti

E’ stato un viaggio “nato dalla volontà di partecipare all’Incontro Mondiale delle Famiglie, in programma da tempo a Filadelfia. Questo “nucleo originario” si è allargato ad una visita agli Stati Uniti d’America e alla sede centrale delle Nazioni Unite, e poi anche a Cuba, che è diventata la prima tappa dell’itinerario. “Esprimo nuovamente la mia riconoscenza al Presidente Castro, al Presidente Obama e al Segretario Generale Ban Ki-moon per l’accoglienza che mi hanno riservato. Ringrazio di cuore i fratelli Vescovi e tutti i collaboratori per il grande lavoro compiuto e per l’amore alla Chiesa che lo ha animato”.
A Cuba, ha ricordato, “mi sono presentato come “Misionero de la Misericordia”. “Cuba è una terra ricca di bellezza naturale, di cultura e di fede. La misericordia di Dio è più grande di ogni ferita, di ogni conflitto, di ogni ideologia; e con questo sguardo di misericordia ho potuto abbracciare tutto il popolo cubano, in patria e fuori, al di là di ogni divisione. Simbolo di questa unità profonda dell’anima cubana è la Vergine della Carità del Cobre, che proprio cento anni fa è stata proclamata Patrona di Cuba. Mi sono recato pellegrino al Santuario di questa Madre di speranza, Madre che guida nel cammino di giustizia, pace, libertà e riconciliazione”.

“Ho potuto condividere col popolo cubano la speranza del compiersi della profezia di san Giovanni Paolo II: che Cuba si apra al mondo e il mondo si apra a Cuba. Non più chiusure, non più sfruttamento della povertà, ma libertà nella dignità. Questa – ha sottolineato ancora – è la strada che fa vibrare il cuore di tanti giovani cubani: non una strada di evasione, di facili guadagni, ma di responsabilità, di servizio al prossimo, di cura della fragilità. Un cammino che trae forza dalle radici cristiane di quel popolo, che ha tanto sofferto. Un cammino nel quale ho incoraggiato in modo particolare i sacerdoti e tutti i consacrati, gli studenti e le famiglie. Lo Spirito Santo, con l’intercessione di Maria Santissima, faccia crescere i semi che abbiamo gettato”.

“Da Cuba agli Stati Uniti d’America: è stato un passaggio emblematico, un ponte che grazie a Dio si sta ricostruendo. Dio sempre vuole costruire ponti; siamo noi che costruiamo muri! E i muri crollano, sempre!”, ha detto il Papa prima di passare alle tappe americane.
“A Washington ho incontrato le Autorità politiche, la gente comune, i Vescovi, i sacerdoti e i consacrati, i più poveri ed emarginati. Ho ricordato che la più grande ricchezza di quel Paese e della sua gente sta nel patrimonio spirituale ed etico. E così ho voluto incoraggiare a portare avanti la costruzione sociale nella fedeltà al suo principio fondamentale, che cioè tutti gli uomini sono creati da Dio uguali e dotati di inalienabili diritti, quali la vita, la libertà e il perseguimento della felicità. Questi valori, condivisibili da tutti, trovano nel Vangelo il loro pieno compimento, come ha ben evidenziato la canonizzazione del Padre Junípero Serra, francescano, grande evangelizzatore della California”.  All’Onu “parlando ai rappresentanti delle Nazioni, nella scia dei miei Predecessori, ho rinnovato l’incoraggiamento della Chiesa Cattolica a quella Istituzione e al suo ruolo nella promozione delle sviluppo e della pace, richiamando in particolare la necessità dell’impegno concorde e fattivo per la cura del creato. Ho ribadito anche l’appello a fermare e prevenire le violenze contro le minoranze etniche e religiose e contro le popolazioni civili. Per la pace e la fraternità – ha proseguito – abbiamo pregato presso il Memoriale di Ground Zero, insieme con i rappresentanti delle religioni, i parenti di tanti caduti e il popolo di New York, così ricco di varietà culturali. E per la pace e la giustizia ho celebrato l’Eucaristia nel Madison Square Garden”.

“Sia a Washington che a New York ho potuto incontrare alcune realtà caritative ed educative, emblematiche dell’enorme servizio che le comunità cattoliche – sacerdoti, religiose, religiosi, laici – offrono in questi campi”, ma “culmine del viaggio è stato l’Incontro delle Famiglie a Filadelfia, dove l’orizzonte si è allargato a tutto il mondo, attraverso il “prisma”, per così dire, della famiglia. La famiglia, cioè l’alleanza feconda tra l’uomo e la donna, è la risposta alla grande sfida del nostro mondo, che è una sfida duplice: la frammentazione e la massificazione, due estremi che convivono e si sostengono a vicenda, e insieme sostengono il modello economico consumistico. La famiglia è la risposta perché è la cellula di una società che equilibra la dimensione personale e quella comunitaria, e che nello stesso tempo può essere il modello di una gestione sostenibile dei beni e delle risorse del creato”.

“A ben vedere, non è un caso ma è provvidenziale che il messaggio, anzi, la testimonianza dell’Incontro Mondiale delle Famiglie sia venuta in questo momento dagli Stati Uniti d’America, cioè dal Paese che nel secolo scorso ha raggiunto il massimo sviluppo economico e tecnologico senza rinnegare le sue radici religiose. Ora queste stesse radici chiedono di ripartire dalla famiglia per ripensare e cambiare il modello di sviluppo, per il bene dell’intera famiglia umana”.


Pope Francis tells of His Trip

Pope Francis thus retraced the key parts of his apostolic visit to Cuba and the United States

It was a trip that “stemmed from the desire to participate in the Wold Meeting of Families that had been scheduled for some time in Philadelphia. The “original nucleus” was changed to include a visit to the United States and to the headquarters of the United Nations as well as Cuba, which was the first stop on the itinerary. I again express my gratitude to President Castro, President Obama and Secretary General Ban Ki-moon for their welcome. I sincerely thank the Bishops and all contributors for the great work accomplished and for their passion for the Church which brought the whole experience to life.

In Cuba, he recalled, “I introduced myself as the” Missionary of Mercy”. Cuba is a land rich in natural beauty, culture and faith. The mercy of God is greater than any wound, any conflict, any ideology; and with this vision of mercy I was able to embrace the Cuban people, both at home, and abroad, beyond any divide. The symbol of this profound unity of the Cuban soul is Our Lady of Charity of El Cobre, who was proclaimed Patroness of Cuba exactly one hundred years ago. I visited the pilgrim shrine of this Mother of hope, a Mother who guides us on the path of justice, peace, freedom and reconciliation.”

“I was able to share with the Cuban people, the hope of fulfilling the prophecy of St. John Paul II: that Cuba would open itself to the world and that the world would open itself to Cuba. No more closure, no more exploitation of poverty, but freedom in dignity. This – he further underlined – is the path that excites many young Cubans: not a path of evasion and easy gain, but one of responsibility, of serving thy neighbour and caring for the frail. A path that draws strength from the Christian roots of the Cuban people, who have suffered so much. A path in which I encouraged priests, those living a consecrated life, students and families in particular. May the Holy Spirit, through the intercession of Mary Most Holy, make the seeds we have sown grow.”

“From Cuba to the United States: this was a symbolic transition, a bridge, which thanks to God is in the process of being rebuilt. God always wants to build bridges; it is us who build walls! And the walls always come tumbling down!” said the Pope said before moving onto the next part of the itinerary, America.

“In Washington, I met with political authorities, the common people, Bishops, priests and those living a consecrated life, the poor and the marginalised. I remembered that the greatest wealth of the country and its people lies in its spiritual and ethical heritage. I thus sought to promote and encourage social construction in line with the basic principle thereof and, namely, that all men are created equal by God and endowed with inalienable rights such as life, freedom and the pursuit of happiness. These values, shared by all, find fulfilment in the Gospel, as clearly evidenced by the canonisation of Father Junípero Serra, a Franciscan friar, and great evangeliser of California. “Speaking to representatives of the Nations at the UN, in the footsteps of my predecessors, I renewed the Catholic Church’s encouragement for that institution and its role in promoting peace and development, reminding them in particular of the need for unanimous and effective commitment to the care of creation. I also repeated the appeal to prevent and stop violence against ethnic and religious minorities and against civilian populations. We prayed for peace and fraternity at the Memorial at Ground Zero, with representatives of different religions, relatives of the many fallen and the people of New York, which is so rich in cultural variety. And I celebrated the Eucharist in Madison Square Gardens for peace and justice.”
“In both in Washington and New York I was able to meet some charitable and educational associations, which are symbolic of the wide-ranging services provided by the Catholic communities – priests, religious people and lay people – in these fields,” but “the highlight of the trip was meeting the Families in Philadelphia, where the horizon expanded to include the whole world, through the “prism”, so-to-speak, of the family. The family, namely the fruitful covenant between man and woman, is the answer to the great challenge of our world, which is a two-fold challenge: fragmentation and standardisation, two extremes that coexist and support one other, and together support the economic consumerist model. Family is the answer as it is the cell of a society that balances personal and community dimensions and, which can at the same time be a model for the sustainable management of the assets and resources of creation.”

On close inspection, it is not by chance but rather by providence that the message, or rather, the testimony of the World Meeting of Families came at this very time to the United States, a country that reached maximum economic and technological development in the last century, without denying its religious roots. These same roots now demand that we start again from the family to rethink and change the development model for the good of the entire human family.”