Viaggio in Italia

èItalia 109 – Bel Paese

Il dialogo tra antico e moderno deve coesistere, per continuare a produrre bellezza e a rispettare il passato

di Lorenzo Zichichi, Presidente de Il Cigno GG Edizioni, Roma

Quando ero bambino e coi miei genitori o coi miei nonni attraversavo l’Italia, mi capitava di soffermarmi con loro ad ammirare la bellezza geografica ed architettonica di un luogo. Quando queste collimavano alla perfezione, i commenti degli adulti erano spesso rivolti al fatto che non si era scoperto nulla, in quanto i Greci per primi avevano individuato il sito e a seguire, chi da lì era passato, non aveva fatto altro che aggiungere o togliere qualcosa a un posto magico. Taormina o Ortigia in Sicilia, ad esempio. Ma, essendo la famiglia di mia madre fiorentina, era un rincorrersi sulla valutazione della bellezza dopo la classicità, in quanto la Toscana non ha le medesime ascendenze del Sud Italia, pur avendo raggiunto vette estetiche di pari importanza.
E qui la particolarità del nostro Paese si fa più complessa. La Grecia rimane un paese meraviglioso, con reperti prodigiosi. Mi piacciono le vestigia, il rapporto delle pietre degli edifici col vento e il mare e gli ulivi. Chi è stato a Delos o Delfi, rimane sublimato dalla scenografica bellezza dell’insieme. Anche le chiesette bianche affacciate sul mare o gli edifici neoclassici di Spetzes e Hydra sono una gioia per gli occhi, ma incomparabili alla grandezza raggiunta nell’Antichità classica. È un po’ come paragonare, tanto per restare in un contesto a me familiare, il Teatro Marcello divenuto Palazzo Savelli per mano di Baldassarre Peruzzi, con la casa della mia famiglia a Erice, gradevole palazzetto di notabili di provincia.
La particolarità del nostro Paese sta proprio nella bellezza estetica che ne contraddistingue ogni stagione. Ininterrottamente, da quando abbiamo assimilato la cultura greca. Viene riconosciuta più facilmente dai posteri che dai contemporanei. La creatività si scontra con la bruttezza, l’ignoranza, la burocrazia. In ogni epoca.
Ricordo all’università una lezione nella quale si analizzava il calvario patito nel Quattrocento dal Brunelleschi per realizzare la cupola del Duomo di Firenze, straordinaria opera architettonica, che vide il celeberrimo architetto lottare per far approvare il suo progetto di lanterna, a completamento del suo capolavoro. Ossia dovette battersi strenuamente per evitare che qualcun altro, dopo che lui aveva realizzato la magnifica e più grande cupola in muratura del mondo, mettesse un cappello, la ciliegina sulla torta, sopra ciò che il suo genio aveva concepito e costruito. La grande quantità di artisti, architetti, esteti, ha quindi prodotto una competizione continua, stimolato generazioni e generazioni di potenziali maestri, di cui quelli veramente dotati hanno poi lasciato un segno di indelebile bellezza.
Nell’arte contemporanea è avvenuto questo. Gli Americani, che riconoscono il primato nell’architettura e nell’arte ai Paesi del Vecchio Continente prima che loro divenissero una potenza, ritengono invece che dal Novecento in poi siano loro a detenerlo. Salvo poi, col tempo, ricredersi. E anche se l’Italia come nazione, come sistema paese, difende malissimo i suoi talenti, questi sono così originali da riuscire spesso a farcela da soli. Nel Novecento penso ai Futuristi, al Cinetismo, a Fontana, al Gruppo Azimuth (Manzoni, Castellani, Bonalumi), e ancora a Burri e Marino Marini. Alcuni di questi artisti li ho visti io stesso passare dall’essere guardati con sufficienza dalle case d’asta internazionali o dai musei dominati dalle lobby anglosassoni, a primeggiare come stelle di incomparabile lucentezza e originalità.
Infine, un ultimo paragrafo lo dedico alle opere d’arte contemporanea in contesti architettonici storici. Il dialogo tra antico e moderno non può essere lo scorrere delle pagine di un libro. Deve coesistere per continuare a produrre bellezza e a rispettare il passato. Per questo mi sono battuto e mi batto per realizzare mostre di arte contemporanea in contenitori antichi, come ad esempio Mitoraj nella Valle dei Templi di Agrigento, Afro nelle sale del Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo, Pomodoro a Castel del Monte. E altrettanto strenuamente ritengo che le sostituzioni nel 2006 delle portacce ottocentesche della Basilica di Santa Maria degli Angeli di Roma (le terme di Diocleziano trasformate da Michelangelo e Vanvitelli in chiesa) con quelle bronzee di Mitoraj piuttosto che, nel medesimo edificio, nel 2000 del lucernario giallastro a forma di croce con la meridiana del messicano Quagliata, siano state un contributo all’arricchimento del patrimonio artistico del nostro Paese.
www.ilcigno.org


 

Travel to Italy

In order to continue producing beauty and to respect the past, there must be a dialogue between the old and the modern

When I travelled across Italy as a child with my parents and grandparents we would often take time to admire the geographical and architectural beauty the places we found ourselves. When these coincided perfectly, the adults’ comments were often directed at the fact that nothing had been discovered, as the Greeks found the site first and those who followed in their footsteps hadn’t done anything except add or take away something from a magical place. Taormina or Ortigia in Sicily, for example. However, since my mother’s side of the family is from Florence, there was a constant push to assess beauty according to Classical influences, whereas Tuscany doesn’t share the same ancestry as South Italy, despite having reached aesthetic peaks of equal importance.
And this is how the peculiarity of our country becomes even more complex. Greece is still a marvellous country, full of prodigious finds. I like vestiges of the past, and the rapport between the stones of the buildings and the wind, sea, and olive trees. Anyone who goes to Delos or Delphi is blown away by the scenic beauty of it all. The white churches facing the sea or the neoclassic buildings of Spetses and Hydra are a feast for the eyes, though these pale in comparison with the greatness achieved during Classical Antiquity. It’s a bit like comparing – just to stay in a context familiar to me – the Teatro Marcello, which later became the Palazzo Savelli through the work of Baldassare Peruzzi, with my family’s house in Erice, which is a pleasant and provincial estate.
The peculiar nature of our country lies in the aesthetic beauty that distinguishes it with each season. And this has continued uninterruptedly since we assimilated the Greek culture. It is more easily recognized by posterity than by its contemporaries. The creativity clashes with ugliness, ignorance, and bureaucracy. In every age.
When I was at university I remember a lecture in which the instructor analysed the ordeal suffered in the fifteenth century by Brunelleschi to build the dome of the Florence Cathedral, an extraordinary architectural work, which saw the famous architect struggle to get approval for his lantern project for the completion of his masterpiece. In other words, he had to fight hard to prevent somebody else from coming along and putting the icing on the cake, so to speak, with regard to what his genius mind had conceived and constructed. The large number of artists, architects, and aesthetes then produced ongoing competition, encouraged by generations and generations of potential teachers, of whom the truly gifted left behind an indelible mark of beauty.
The same thing has happened with contemporary art. Americans, who recognize the primacy of the architecture and art of the countries of the Old Continent before they even became such a power, nevertheless feel that from the twentieth century onwards the ball is in their court. But then, over time, the opinion has shifted. And even if Italy as a nation, as a country system, poorly defends its talents, they are so original that they are often able to excel based on their own merit. In the twentieth century I think of Futurists, Kineticism, Fontana, the Azimuth Group (Manzoni, Castellani, Bonalumi), and even Burri and Marino Marini. I’ve seen some of these artists go from being regarded with nonchalantly from international auction houses or museums dominated by Anglo-Saxon lobbies, to excelling as stars of incomparable brilliance and originality.
Lastly, I would like to dedicate a final paragraph to contemporary works of art in historical architectural contexts. The dialogue between ancient and modern cannot be just scrolling through the pages of a book. They must coexist in order to continue producing beauty and to respect the past. This is why I have fought and continued to fight to present exhibitions of contemporary art in old containers, such as Mitoraj in the Valley of Temples in Agrigento, Afro in the halls of the Winter Palace in St. Petersburg, and Pomodoro in the Castel del Monte. And no matter how strongly I feel about the replacements made in 2006 of the nineteenth-century ‘portacce’ of the Basilica of Santa Maria degli Angeli in Rome (the Baths of Diocletian transformed by Michelangelo and Vanvitelli into a church) with the bronze ones of Mitoraj in 2000 rather than (from the same building) the yellowish skylight in the shape of a cross with the sundial of Mexican junket, they have nevertheless been a contribution to the enrichment of the artistic heritage of our country.
www.ilcigno.org