mercoledì, Settembre 9, 2026
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La bioeconomia per un nuovo umanesimo economico

Non è un’utopia, ma una realtà in cui il nostro Paese potrebbe giocare un ruolo di protagonista.
“La modernità ha fallito. Bisogna costruire un nuovo umanesimo altrimenti il pianeta non si salva”. Queste le parole di Albert Einstein il padre della Teoria della relatività generale.
Una parte importante di questo nuovo umanesimo riguarda la capacità di concepire uno sviluppo sostenibile. La pandemia ci lascia in eredità, oltre alla devastazione e a un senso di precarietà cui non eravamo abituati, anche l’impegno per la sostenibilità, un termine che insieme a quello di resilienza è divenuto il mantra dei processi di sviluppo. E così l’Europa si sta confrontando con questi temi all’interno dei Piani di Ripresa e Resilienza.
La sostenibilità non si esaurisce nel classico aspetto difensivo dell’ambiente, ma ha una portata multidimensionale, tale da implicare, come diceva lo stesso Einstein, un vero e proprio nuovo umanesimo, che richiede di cambiare decisamente l’ottica di utilizzo dei fattori produttivi, passando da una logica di consumo a una di rigenerazione.
Tradizionalmente il sistema capitalistico si basa sul concetto di trasformazione, non solo del valore, ma anche dei beni. Il processo produttivo distrugge in maniera irreparabile input come materie prime e risorse naturali, secondo una logica lineare. Illuminante è a questo riguardo l’approccio di Nicholas Georgescu-Roegen, il primo economista moderno a immaginare un approccio alternativo all’economia mainstream: “Il processo economico rimarrà un enigma finché non capiremo che il vero output del processo economico non è un flusso materiale di scarti, ma un fluire immateriale: il godimento della vita”, scriveva oltre cinquanta anni fa. Ma solo di recente queste affermazioni sono diventate oggetto dell’attenzione di quelli che Keynes definiva gli “uomini pratici”, che si ritengono liberi da qualsiasi influenza intellettuale (e invece alla fine sono in genere schiavi di qualche economista defunto).

Georgescu-Roegen sottolineava i pregi della bioeconomia ossia di un approccio all’economia che considerasse il tema della distruzione delle risorse e della loro rigenerazione.
Temi lontani dall’attenzione dei più negli anni Settanta del secolo scorso sono oggi di estrema attualità. E su queste tematiche in diversi casi il nostro Paese si trova in una posizione non abituale: quella di leader internazionale.
L’Eco Innovation Index della Commissione europea segnala il primato dell’Italia nel campo dell’efficienza delle risorse, con un punteggio di 268 rispetto a una media europea di 147. Con circa l’80% di rifiuti totali avviati a riciclo abbiamo un’incidenza più che doppia della media europea (solo il 38%) e ben superiore alla Francia che è al 55%, al Regno Unito (49%), alla Germania (43%) e alla Spagna (37%).
Da noi l’economia circolare, basata sul riuso economico delle risorse, vale circa 90 miliardi di euro e dà lavoro a 580 mila persone, in buona parte giovani. Potrebbe creare nuova occupazione fino a 1,5 milioni di posti di lavoro; portare risparmi concreti per le aziende fino a 600 miliardi all’anno; avere impatti sul miglioramento della qualità ambientale, comportando una riduzione tra il 2 e il 4% delle emissioni di gas serra.
Ancora più elevati sono i numeri della bioeconomia, il sistema che utilizza le risorse biologiche come input di beni e di energia, che lo scorso anno ha generato circa 317 miliardi di euro (poco più del 10% del prodotto), occupando poco meno di due milioni di persone, secondo il Rapporto Intesa-San Paolo sulla Bioeconomia in Europa.

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Nel 2020 la bioeconomia ha perso il 6,5% del proprio prodotto (fortemente influenzata dal pessimo andamento della filiera tessile-abbigliamento a forte presenza bio) meno della contrazione subita dall’intera economia italiana (-8,8%). Tra i principali paesi europei, l’Italia è al terzo posto, a ridosso della Francia, che ha un prodotto della bioeconomia di 351 miliardi, e al secondo posto dietro la Germania per peso della bioeconomia sulla produzione complessiva (rispettivamente 10,2 e 9%).
Lo sviluppo dell’economia bio e un approccio alla circolarità ha anche importanti implicazioni sull’assetto urbano e sulla localizzazione delle attività. A fronte di processi di globalizzazione che comportavano uno spezzettamento mondiale delle catene del valore, lo sviluppo di una economia circolare potrebbe implicare un avvicinamento geografico di queste catene, consentito anche dalla costituzione di filiere locali. Il fenomeno potrebbe accompagnarsi anche a una diversa organizzazione dei Centri intermedi a scapito delle grandi Città, un aspetto che cogliamo anche come effetto secondario della pandemia.
Allora la strada per un’economia realmente più sostenibile non è un’utopia, ma una realtà in cui il nostro Paese potrebbe giocare un ruolo di protagonista per la costruzione di un nuovo umanesimo, come già è stato nel passato.
di Gaetano Fausto Esposito, Direttore Generale Centro Studi delle Camere di Commercio “Guglielmo Tagliacarne” e docente di Economia Politica all’Universitas mercatorum. Autore di numerosi saggi e volumi sui temi dell’economia finanziaria e dello sviluppo, dell’economia industriale e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. Attualmente mi occupo del ruolo dei processi fiduciari nello sviluppo economico e di economia della sostenibilità istituzionale. Recentemente ho pubblicato Lockdown/Upside dpwn. Società ed economia globali in ripartenza, Fralerighe, e Come un salmone che risale la corrente. Elzeviri per un capitalismo globale più umano, Bruno Mondadori.

 

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