
Non può esserci un futuro senza opportunità di lavoro
Per il Parlamento europeo il 2022 è l’anno della gioventù, e tra gli obiettivi c’è quello di ridare ai giovani nuova speranza, forza e fiducia nel futuro post-pandemia. Tuttavia, per citare papa Giovanni XXIII: “Molti oggi parlano dei giovani; ma non molti, ci pare, parlano ai giovani”.
Giovani e pandemia sono al centro del maggiore sforzo dell’Unione europea dalla sua costituzione, in termini di risorse e approccio d’intervento, quello del Next generation UE.
Tutto bene… ma al di là delle affermazioni il punto centrale è che non può esserci un futuro senza opportunità di lavoro. Non è certo un aspetto nuovo, ma rischia di diventarlo quando si guarda alla cruda realtà dei numeri. La nostra Costituzione pone il lavoro al fondamento della costituency democratica, enfatizzando la stretta relazione tra possibilità di lavorare e “progresso materiale e spirituale”, quello che oggi chiamiamo “sviluppo integrale” che è l’espressione della libertà sostanziale.
La pandemia ha aggravato la situazione occupazionale dei giovani. Negli ultimi mesi si è fatto, e a ragione, un gran parlare della capacità del Paese di riprendere il sentiero di crescita che ci ha riportato tra le nazioni leader europee e a cui ci eravamo disabituati da tempo.
Ma lo stesso vale per il nesso lavoro e giovani? Da questo punto di vista ci distacchiamo pesantemente dalla media europea: da noi, secondo le ultime rilevazioni, il 28% dei giovani sotto 24 anni non ha un lavoro, siamo al terzultimo posto in Europa, dietro Spagna e Grecia, circa il doppio della media europea, malgrado alcuni recenti progressi.
Ancora più grave è la situazione nel Mezzogiorno dove non solo l’occupazione giovanile è più bassa che nel resto del paese, ma anche la partecipazione al mercato del lavoro è inferiore di quasi 20 punti percentuali.
A questi aspetti problematici si accompagna il dato dei giovani tra i 15 e 29 anni che non fanno né formazione né hanno una occupazione, i cosiddetti NEET (Neither in Emloyment nor in Education and Training): nel 2020 sono stati 2,1 milioni, il che ci porta a detenere un poco invidiabile primato in Europa, con oltre il 23% sul totale della popolazione tra i 15 e 29enni, quasi 10 punti più del dato europeo.
Un fenomeno che rischia di appesantire ulteriormente la situazione giovanile, anche perché solo un terzo di loro cerca attivamente un lavoro. Il principale rischio per questi giovani è di restare senza una occupazione retribuita per un lunghissimo periodo, non riuscendo più ad affrancarsi da una condizione che, con buona probabilità, nel tempo potrebbe diventare stabile, soprattutto considerando che il 62% non ha alcuna pregressa esperienza lavorativa, con punte nel Mezzogiorno e tra le donne.
Ma così si acuiscono i livelli di disuguaglianza che già sono molto cresciuti tra categorie sociali e aree economiche. In particolare il fenomeno dei NEET accresce la disuguaglianza intergenerazionale. Diverse analisi condotte al riguardo, tra le quali quella di Claudio Quintano, Paolo Mazzocchi e Antonella Rocca, sottolineano l’influenza dei livelli di istruzione dei genitori sulla probabilità di essere NEET, specialmente al Sud. Avere genitori con basso livello di istruzione (e reddito basso) raddoppia la probabilità di diventare NEET. Ma anche le più complessive condizioni familiari incidono sul fenomeno, così come la nazionalità. Così si crea un circuito di sottosviluppo, l’ascensore sociale si attiva verso il basso e si aggravano ulteriormente le prospettive di crescita.
Se in Italia ci sono particolari condizioni sociali che inducono una maggiore permanenza dei giovani nella famiglia di appartenenza (mediamente escono dalla casa dei genitori a 30 anni, contro una media europea di 26 anni) questa situazione potrebbe essere proprio la conseguenza della situazione di maggior disagio, unita alla delusione sulle possibilità di trovare un’effettiva occupazione. I NEET rappresentano non solo un problema sociale (e anche economico se alcuni anni fa si stimava un costo sociale di circa 32 miliardi di Euro), ma possono anche costituire un (pericoloso) serbatoio per la diffusione di un clima di sfiducia nel futuro. Secondo un recente sondaggio condotto da DEMOS il 64% dei giovani tra i 18 e 29 anni ritiene che le proprie prospettive economiche e sociali saranno peggiori di quelle dei genitori e quasi il 70% pensa che per fare carriera l’unica speranza sia di andare all’estero. Questo quadro alimenta non solo i NEET, ma anche la più complessiva sfiducia sulla tenuta sociale del Paese ed è in esplicito contrasto con le basi della nostra Costituzione.
Ecco perché, malgrado gli sforzi già realizzati – pensiamo ai programmi Garanzia giovani – serve anche una nuova impostazione nelle policy di welfare, in quanto dobbiamo sostenere e alimentarne la speranza dei giovani sul proprio futuro in questo Paese, e ciò dipende non solo da aspetti riferiti ai giovani, ma anche dalle condizioni familiari e ambientali.
Se, con i versi di Bob Dylan, “Essere giovani vuol dire tenere aperto l’oblò della speranza, anche quando il mare è cattivo e il cielo si è stancato di essere azzurro”, dobbiamo agire con azioni diffuse per rendere questo oblò sempre più grande, non solo migliorando i processi di formazione e di istruzione e le relazioni tra mondo della formazione e quello del lavoro, ma affrontando di petto e rilanciando la questione di una più complessiva politica di welfare per una società a misura delle persone e delle loro aspirazioni.
di Gaetano Fausto Esposito, Direttore Generale Centro Studi delle Camere di Commercio “Guglielmo Tagliacarne” e docente di Economia Politica all’Universitas mercatorum. Autore di numerosi saggi e volumi sui temi dell’economia finanziaria e dello sviluppo, dell’economia industriale e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. Attualmente si occupa del ruolo dei processi fiduciari nello sviluppo economico e di economia della sostenibilità istituzionale.

