C’è stato un periodo, nella storia recente del nostro Paese, in cui si diceva che l’Italia doveva aggrapparsi alle Alpi per non sprofondare nel Mediterraneo.
Il Mediterraneo per un lungo periodo, infatti, è stato considerato quasi esclusivamente fonte di problemi. Le dinamiche geopolitiche ed economiche più recenti, invece, lo stanno riportando ad essere un crocevia strategico.
È un mare che rappresenta l’1% dei mari, ma attraverso il quale passa il 20% del traffico marittimo, il 27% dei container, il 30% del traffico energetico. E la sua rilevanza continua a crescere, come dimostra il fatto che i porti del nord Europa negli ultimi anni hanno perso quote di 5-6 punti a vantaggio dei porti del Mediterraneo. Per esemplificare:
– porti (il 90% dei volumi delle merci che si scambiano a livello internazionale si muove via mare);
– dati (le reti per il collegamento sono rappresentate da cavi sottomarini);
– energia (il gas che proviene dal sud del Mediterraneo oltre a quello da fonti rinnovabili come l’eolico);
– biotecnologie (in gran parte basate su ricerche marine);
– nearshoring (con l’avvicinarsi delle filiere delle forniture ai luoghi di produzione).
Tutto ciò apre un capitolo nuovo nei riguardi del Mediterraneo con problemi nuovi rispetto al passato (investimenti, sicurezza, infrastrutturazione) che solo cooperazione e partenariato consentono di affrontare in modo adeguato. Se ne è parlato a Gaeta, al 2° Summit nazionale sull’economia del Mare-Blue Forum, organizzato dalle Camere di commercio.
Giuseppe Tripoli – Segretario generale di Unioncamere
