L’elemento città per una crescita più equilibrata e sostenibile
Negli anni Sessanta “Il ragazzo della via Gluck” di Adriano Celentano poneva la questione della disordinata espansione delle Città, con la costituzione di hinterland fatti di “case su case, catrame e cemento”. Da allora nel mondo lo sviluppo urbano è stato fortissimo: oggi il 55% delle persone vive nelle città e le previsioni delle Nazioni Unite stimano che nel 2050 quasi il 70% dell’intera popolazione risiederà in contesti urbani.
Secondo il Rapporto 2021 “City Form to Promote Sustainable Growth”, curato dalla Banca Mondiale, sviluppo economico ed urbano sono fenomeni strettamente connessi e le dinamiche della crescita dello spazio sono collegate ai processi di crescita dell’economia e delle istituzioni.
Vengono contrapposti due modelli di sviluppo, uno definito “pancake” (frittella) delle città con bassi livelli di produttività e modesto sviluppo istituzionale, il che si riflette in un contesto urbano molto più povero e piatto, caratterizzato da sovra affollamento in aree marginali e da una complessivamente minore qualità della vita. L’altro modello è definito a “piramide” ed è tipico di realtà dove si è affermato uno sviluppo urbano più diversificato, anche per effetto di maggiori livelli di produttività e migliori sistemi istituzionali, che comporta minori fenomeni di congestionamento e una più alta vivibilità.
Il modello di tipo piramidale è il frutto di un processo virtuoso basato su di un forte potenziale di economie di agglomerazione e sulla concentrazione non solo di attività produttive aventi un mercato anche internazionale, ma di fenomeni di consumo che trovano nelle infrastrutture e nelle facilities delle città un punto di aggregazione e di socializzazione.
Nelle città “piramide” ci sono più avanzati processi di sostenibilità, sia sociale che ambientale e quindi lo sviluppo è più equo, perciò l’espansione degli agglomerati urbani che ha consentito processi di decongestionamento, si è concentrata nelle zone a più elevato livello di reddito pro-capite.
Le considerazioni della Banca Mondiale sono particolarmente importanti anche per le realtà metropolitane italiane. Recentemente il Centro Studi Guglielmo Tagliacarne ha svolto un’analisi sulle città metropolitane, in collegamento anche con la graduatoria sulla qualità della vita realizzata da Il Sole 24 Ore.
Le quattordici Città metropolitane italiane concentrano oltre il 41% della produzione del Paese e hanno un prodotto per abitante che è oggi quasi un quarto in più di quello delle altre parti del Paese, in crescita rispetto al 2000 anno in cui era superiore (solo!) del 18%. Presentano una maggiore imprenditorialità giovanile, un tasso di natalità imprenditoriale superiore a quello delle altre aree, con una mortalità inferiore. Attraggono start up innovative. In altri termini esercitano una leadership di tipo territoriale.
Ma rispondono tutte alle caratteristiche della città piramide? Sembra proprio di no, perché c’è una forte dicotomia tra Nord e Sud, che passa per un minore livello di reddito e per un più debole sostrato istituzionale, cioè quei fattori che secondo la Banca Mondiale si riflettono sulla complessiva vivibilità e sostenibilità del contesto urbano, in altri termini sulla qualità della vita.
Vediamone alcuni tratti: le Città metropolitane del Sud hanno una densità economica (numero di occupati per kilometro quadrato) che è meno della metà di quella del Centro Nord, una minore dotazione di capitale umano qualificato, misurato dagli anni di istruzione della popolazione, e un più debole sostrato di servizi avanzati rispetto alle Città metropolitane del resto del Paese. Tutto ciò si ripercuote in una produttività delle aree urbane del Mezzogiorno che è di circa un terzo inferiore a quelle del Centro-Nord e, in ultima sintesi, su di un livello di Pil per abitante che è la metà di quello delle altre Città metropolitane.
Se guardiamo poi ai processi di sviluppo nell’ultimo ventennio, cinque Città metropolitane meridionali hanno ridotto la loro partecipazione al prodotto nazionale complessivo, a causa di una velocità di crescita inferiore a quella media delle metropoli nazionali, così oggi le sette Città metropolitane Centro-settentrionali concentrano il 77% del “valore aggiunto metropolitano” italiano.
Gli effetti sulla vivibilità sono evidenti: nelle prime venti posizioni della graduatoria della qualità della vita compaiono cinque Città metropolitane del Centro-Nord, solo una del Sud (Cagliari proprio al ventesimo posto) e per contro nelle ultime venti posizioni troviamo cinque Città metropolitane del Sud che, con la sola modesta eccezione di Napoli, perdono tutte posizioni rispetto allo scorso anno.
Sembra che il modello di città metropolitana “frittella” sia assolutamente prevalente nel Mezzogiorno, mentre al Centro-Nord è più diffusa la logica a piramide.
C’è quindi una “questione” città metropolitane che si inserisce all’interno dei divari di sviluppo tra le due macro aree del Paese e richiede una specifica attenzione, proprio ora che il tema è divenuto centrale nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per ricucire, oltre ai tradizionali gap territoriali di sviluppo, anche i divari nella crescita urbana, in quella logica di sviluppo sostenibile considerata prioritaria dalla Politica europea di coesione.
di Gaetano Fausto Esposito, Direttore Generale Centro Studi delle Camere di Commercio “Guglielmo Tagliacarne” e docente di Economia Politica all’Universitas mercatorum. Autore di numerosi saggi e volumi sui temi dell’economia finanziaria e dello sviluppo, dell’economia industriale e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. Attualmente si occupa del ruolo dei processi fiduciari nello sviluppo economico e di economia della sostenibilità istituzionale.
