Ciampi, dieci anni dopo. L’eredità di un Presidente che fece della Repubblica un sentimento civile.

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Il 16 settembre 2016 moriva a Roma Carlo Azeglio Ciampi. Dieci anni dopo, il Senato lo ricorderà con una cerimonia alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

 La ricorrenza invita a interrogarsi su un’eredità che riguarda il presente: la capacità di tenere insieme identità nazionale ed europeismo, autorevolezza delle istituzioni e partecipazione dei cittadini.

Nato nel 1920, Ciampi attraversò le esperienze decisive del Novecento: la guerra e l’8 settembre, la scelta antifascista, la ricostruzione, le trasformazioni economiche, le crisi della Repubblica, l’integrazione europea. Entrato in Banca d’Italia nel 1946, vi rimase per quarantasette anni,  assumendone la guida nel 1979. Lasciò Via Nazionale nell’aprile del 1993, quando Oscar Luigi Scalfaro gli affidò la guida del governo in uno dei momenti più difficili della storia repubblicana.

Tangentopoli aveva travolto il sistema dei partiti, l’economia era sottoposta a fortissime tensioni e le stragi mafiose avevano colpito il cuore dello Stato. Per la prima volta nella storia repubblicana,  la presidenza del Consiglio veniva affidata a una personalità estranea al Parlamento. Negli anni successivi, alla guida del Tesoro e del Bilancio nei governi Prodi e D’Alema, fu tra gli artefici dell’ingresso dell’Italia nell’euro.  Per lui la moneta unica non era soltanto un’operazione finanziaria, ma il frutto di una convinzione maturata nella generazione che aveva conosciuto la guerra: legare il destino delle nazioni europee  per impedire il ritorno dei nazionalismi che avevano devastato il continente.

Quando, il 13 maggio 1999,  il Parlamento lo elesse Presidente della Repubblica al primo scrutinio, con 707 voti, arrivò al Quirinale con il profilo di un tecnico che aveva assunto un ruolo politico senza diventare uomo di partito. Una condizione che gli consentì di tentare un’operazione allora tutt’altro che scontata: ricostruire un linguaggio comune della Repubblica.  Riportò nel discorso pubblico parole a lungo pronunciate con cautela: patria, nazione, bandiera.  Restituì visibilità al Tricolore e all’inno di Mameli, rilanciò il 2 giugno e percorse l’Italia, visitandone le province e i luoghi della memoria nazionale. La patria di Ciampi trovava nella Costituzione il proprio fondamento democratico. Risorgimento, Resistenza e Repubblica rappresentavano passaggi distinti, ma legati da un filo: la conquista della libertà e la costruzione di una cittadinanza condivisa.

Il Tricolore non era una semplice insegna dello Stato, ma un “vessillo di libertà“.
Ciampi intuì che una democrazia non vive soltanto di regole e procedure: ha bisogno anche di simboli condivisi, di una memoria comune e di fiducia nelle istituzioni. L’orgoglio nazionale che cercava di risvegliare si fondava sulla qualità democratica della Repubblica. Anche i viaggi attraverso l’Italia erano una forma di pedagogia repubblicana. Il Presidente usciva dal Palazzo per ricordare che lo Stato prendeva forma nelle comunità, nei sacrifici individuali e nelle memorie locali.

C’è poi un secondo aspetto dell’eredità di Ciampi che oggi assume particolare rilievo. Per lui identità italiana e identità europea non erano alternative. Non  vi era contraddizione tra il Tricolore e la bandiera europea, tra l’inno di Mameli e l’Inno alla gioia. Per la sua generazione l’Europa non nasceva da un’astrazione burocratica né soltanto da un mercato, ma dalle macerie della guerra. Da qui la sua insofferenza verso un’Unione limitata alla moneta. Ciampi denunciò la “zoppìa” di un’Europa con moneta comune ma ancora priva di una sufficiente capacità politica.

  La moneta unica doveva essere un passaggio, non il punto d’arrivo. A  dieci anni dalla sua morte, questa intuizione conserva una singolare attualità. Le guerre ai confini dell’Europa, la competizione tra le grandi potenze, la difesa comune e il rapporto tra sovranità nazionale e decisione europea ripropongono la domanda che accompagnò gran parte dell’azione pubblica di Ciampi: quanto può essere sovrana un’Europa politicamente incompiuta?
Nella prospettiva di Ciampi, rafforzare l’Europa non significava cancellare le nazioni. Un’Europa forte poteva nascere da nazioni consapevoli della propria storia e capaci di condividere parte della propria sovranità. Apparteneva a una cultura delle istituzioni in cui il servizio pubblico era disciplina prima ancora che potere. Il suo stile poteva apparire severo, ma quella severità nasceva dalla convinzione che chi rappresenta lo Stato debba chiedere innanzitutto qualcosa a se stesso. Il rigore, tuttavia, non coincideva con il pessimismo. Dietro l’attenzione ai conti pubblici e alla stabilità monetaria c’era una fiducia tenace nella capacità dell’Italia di reagire alle crisi. Ciampi conosceva le fragilità del Paese, ma rifiutava l’idea che fossero un destino.

Tra Ciampi e Mattarella, pur nelle differenze di formazione, carattere e contesto storico, emerge una riconoscibile continuità. La centralità della Costituzione, l’idea di una patria non aggressiva, il legame tra Italia ed Europa e l’attenzione alla memoria accomunano le due presidenze. A unirle è anche la concezione del Quirinale come istituzione di garanzia, chiamata a tutelare gli equilibri costituzionali senza sostituirsi all’indirizzo politico di governo e Parlamento.

Ricordare Ciampi può essere utile non per cercare risposte pronte ai problemi del presente, ma per recuperare un metodo: tenere insieme ciò che la discussione pubblica tende a separare. Patria ed Europa. Identità e apertura. Rigore e solidarietà. Memoria e futuro. Autorevolezza delle istituzioni e partecipazione dei cittadini. Per Ciampi la Repubblica viveva nelle istituzioni e nella Costituzione, ma anche in un sentimento civile, alimentato dalla consapevolezza dei cittadini di farne parte. L’uomo che aveva coltivato la passione per l’insegnamento trascorse gli anni del Quirinale cercando, in fondo, di insegnare soprattutto questo: una democrazia non può vivere a lungo se i cittadini smettono di sentirla come cosa propria.

Costantino Del RiccioCostantino Del Riccio

Si è occupato di Stampa e Comunicazione con esperienza trentennale