La scuola ricostruisce la Repubblica

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Da Amatrice, Mattarella indica la sfida educativa del nostro tempo: formare persone libere, capaci di riconoscersi in una comunità.

Ci sono luoghi nei quali le parole delle istituzioni acquistano un peso particolare.

 Ad Amatrice, a dieci anni dal terremoto, parlare di scuola significa parlare della possibilità stessa di un futuro. Un’aula che torna ad accogliere studenti restituisce a un territorio qualcosa che nessun edificio, da solo, può garantire: la fiducia che valga la pena restare, crescere, costruire.

 È da questa relazione tra ricostruzione materiale e speranza civile che prende forza l’intervento di Sergio Mattarella per l’inaugurazione dell’anno scolastico.

Il Presidente allarga subito lo sguardo ad Arquata del Tronto, a Norcia, alle comunità ferite dal sisma.

 Le chiama “capitali d’Italia” nella giornata della scuola.

 È un’espressione che porta al centro della vita nazionale luoghi sui quali, trascorsa l’emergenza, rischia di posarsi una consuetudine all’attesa.

 Richiamarli significa ricordare che la ricostruzione impegna l’intero Paese e che la distanza dai grandi centri non può diventare distanza dai diritti e dalle opportunità.

Da qui il discorso assume il valore di una riflessione sul destino della società italiana.

 Ogni anno scolastico ripropone gesti familiari, ma si apre dentro un mondo diverso. Cambiano gli strumenti, i linguaggi, le relazioni.

 Alla scuola spetta accompagnare queste trasformazioni dando ai giovani la capacità di comprenderle e di scegliere. Per questo investire nell’istruzione misura la serietà con cui una nazione considera il proprio avvenire.

La politica tende a cercare risultati immediati; l’educazione richiede continuità, risorse e fiducia in frutti che matureranno oltre le scadenze di una legislatura.

Il passaggio sull’intelligenza artificiale tocca il punto più delicato di questa responsabilità.

 Mattarella ne riconosce le possibilità e mette a fuoco il rischio di una dipendenza che può svilupparsi senza essere avvertita.

Strumenti capaci di facilitare la conoscenza possono anche condizionare desideri, restringere prospettive, suggerire risposte prima ancora che si sia imparato a formulare una domanda. La “colonizzazione del pensiero e dei sentimenti” riguarda precisamente questo spazio intimo della libertà.

La questione educativa diventa così una questione democratica. Saper usare un dispositivo non equivale a saper valutare ciò che propone. Occorrono capacità critica, consapevolezza dei propri limiti, disponibilità al confronto.

 Il primato della persona, richiamato dal Capo dello Stato, prende forma nella possibilità concreta di conservare un giudizio autonomo. Una scuola all’altezza del cambiamento deve aiutare a distinguere una risposta plausibile da una conoscenza verificata, una preferenza suggerita da una scelta maturata.

Ma nessuna competenza basta se cresce dentro il vuoto delle relazioni.

 Il discorso presidenziale lega la padronanza degli strumenti alla cura degli altri, perché la connessione permanente può convivere con una profonda solitudine.

 Il disagio dei ragazzi talvolta rimane nascosto anche alle persone più vicine. Servono adulti capaci di ascoltare e una comunità educativa che sappia riconoscere i segnali prima che diventino fratture.

In questo quadro si colloca il richiamo alle violenze contro gli insegnanti e alla responsabilità dei genitori.

 Quando un adulto aggredisce un docente, compromette quel rapporto di fiducia del quale suo figlio ha bisogno per crescere.

Difendere chi insegna significa restituire autorevolezza a una funzione pubblica essenziale, sostenendola anche nei contesti più difficili.

Lo stesso impegno deve raggiungere il bullismo, l’umiliazione dei più fragili, la sopraffazione delle ragazze e quelle pretese di possesso che deformano fin dall’adolescenza il significato dei legami.

L’etica condivisa evocata da Mattarella si apprende nella vita quotidiana: nel rispetto di un limite, nell’accoglienza di una differenza, nel rifiuto di voltarsi dall’altra parte.

È qui che la scuola produce coesione sociale. Il richiamo alla sua apertura a tutti acquista particolare rilievo per chi arriva da altri Paesi e per i giovani nati in Italia da famiglie immigrate. Tra i banchi l’appartenenza prende corpo attraverso esperienze comuni, diritti, doveri e amicizie. Contrastare la dispersione scolastica significa custodire questa possibilità per ciascuno.

Infine, il Presidente richiama il valore del tempo. In una società che premia la velocità, imparare richiede attenzione, esercizio, memoria. La solidità della formazione dipende anche dalla possibilità di soffermarsi, di sbagliare, di tornare su ciò che non si è compreso.

 E gli studenti devono poter partecipare a questo percorso con la propria voce: sono già parte della comunità, già responsabili della sua qualità.

Da Amatrice arriva dunque un criterio con cui misurare le scelte pubbliche. La ricostruzione sarà compiuta quando, insieme alle case, saranno tornate prospettive credibili di vita.

 La scuola ne è una condizione decisiva. Nelle sue aule la Repubblica rende concreta la promessa di un futuro aperto a tutti.

Costantino Del RiccioCostantino Del Riccio

Si è occupato di Stampa e Comunicazione con esperienza trentennale