
L’impatto dell’IA su occupazione, salari e crescita al centro dell’articolo “Intelligenza artificiale: chi crea valore e chi ne raccoglie i benefici?” di Gaetano Fausto Esposito, direttore generale del Centro Studi Tagliacarne, pubblicato sull’Huffpost.
A differenza di molte innovazioni tecnologiche del passato, l’IA non si limita a sostituire attività svolte dall’uomo, ma può anche amplificarne le capacità, affiancando lavoratori e imprese nello sviluppo di nuovi prodotti, servizi e modelli organizzativi.
Con l’intelligenza artificiale sfuma anche la tradizionale distinzione tra innovazioni di processo, finalizzate a ridurre costi e impiego di lavoro, e innovazioni di prodotto, capaci di generare nuova domanda e nuovi posti di lavoro.
Le applicazioni più evolute, comprese quelle basate sull’IA agentica, possono intervenire contemporaneamente sull’efficienza dei processi e sulla progettazione di nuovi beni e servizi. La peculiarità dell’IA è la sua capacità di entrare direttamente nelle attività cognitive e intellettuali, una caratteristica che la rende al tempo stesso sostitutiva e complementare rispetto al lavoro umano. Per questo motivo risulta particolarmente difficile prevederne gli effetti complessivi sull’economia.
Le stime
Secondo Banca d’Italia un’adozione rapida e diffusa dell’intelligenza artificiale potrebbe aumentare il tasso annuo di crescita della produttività del lavoro italiana di oltre un punto percentuale su di un orizzonte di lungo periodo.
Tuttavia, una maggiore produttività non consente di anticipare automaticamente l’evoluzione dell’occupazione o dei salari. Molto dipenderà dalla struttura dei mercati, dalla distribuzione del potere economico e dalla capacità del sistema produttivo di trasformare l’innovazione in nuova crescita.
Il tema appare ancora più rilevante considerando che lo sviluppo dell’IA richiede enormi investimenti in infrastrutture di calcolo, disponibilità di dati e competenze altamente specializzate. Ne deriva un apparente paradosso: una tecnologia che promette di democratizzare l’accesso a capacità cognitive avanzate nasce e si sviluppa all’interno di ecosistemi dominati da pochi grandi operatori globali.
Per questo la questione centrale non riguarda soltanto il potenziale incremento della produttività, ma anche la distribuzione dei benefici economici generati dall’innovazione. Chi riuscirà a catturarne il valore? E in che misura tali benefici si trasferiranno a lavoratori, consumatori e imprese?
Le competenze umane
Se la tecnologia rende sempre più accessibili capacità di elaborazione e analisi un tempo riservate agli specialisti, restano fondamentali le competenze necessarie per formulare correttamente i problemi, interpretare i contesti, valutare le soluzioni e assumere decisioni consapevoli. Diventa così fattori strategici:
- esperienza,
- conoscenza tacita,
- capacità organizzative,
- managerialità.
Le ricadute
Per le aziende, dunque, la semplice introduzione dell’intelligenza artificiale non garantisce automaticamente incrementi significativi di produttività. Per l’Italia la sfida assume un significato particolare. Le profonde differenze nelle capacità manageriali, organizzative e tecnologiche delle imprese rischiano infatti di ampliare i divari di produttività già esistenti.
La partita dell’intelligenza artificiale, quindi, non si giocherà soltanto sul terreno tecnologico. Sarà decisiva la capacità di trasformare l’IA in intelligenza organizzativa, integrando conoscenza, esperienza e innovazione per creare maggiore valore aggiunto e una crescita della produttività diffusa nell’intero sistema economico.
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