Con la pubblicazione delle Linee guida per la preparazione dei Piani di Ripresa e Resilienza la Commissione europea ha sottolineato l’importanza della sostenibilità competitiva da conseguire attraverso una strategia di crescita basata su investimenti e riforme.
Non può esserci sostenibilità competitiva senza un vasto e diffuso processo di ammodernamento delle imprese. Ma come fa l’Italia, con quattro milioni di imprese, più del 75% di quelle del Regno Unito, più del 50% di quelle tedesche del 22% della Francia, a realizzare un’azione capillare e diffusa per una modernizzazione resiliente? Abbiamo tante imprese, di taglia minore rispetto ai nostri principali competitor europei, molto diffuse a livello territoriale: la densità imprenditoriale per 1.000 abitanti è di 72,6, più del doppio di quella tedesca (30,2), di gran lunga superiore a quella francese (41,6) e anche a quella spagnola.
Il 95% sono micro imprese con meno di 10 dipendenti (in Germania sono l’82%), che hanno caratteristiche, livelli di produttività, fabbisogni e problematiche molto diverse e articolate a livello territoriale (pensiamo alla sfida digitale e a quella green, caposaldi del Recovery Plan). Una platea che occupa il 45% degli addetti, contro il 19% della Germania, il 30% della Francia e poco meno del 30% della media dell’Unione.
Per sintetizzare esigenze imprenditoriali così diversificate serve una rete funzionante e diffusa di corpi intermedi, organismi della società civile capaci di agire da cinghia di trasmissione per veicolare istanze di intervento e coagulare azioni rivolte a un universo imprenditoriale che non ha eguali in Europa.
Ma proprio queste organizzazioni negli scorsi anni sono state percepite come una pleonastica (quando non dannosa) intercapedine tra Governo e governati, sorta di intralcio ad un rapporto più diretto ed immediato. Non mancavano obiettive ragioni: la stagione della concertazione negli anni Novanta – quella del massimo fulgore dei corpi intermedi – ha indotto una “confusione di obiettivi e compiti”: molti corpi sociali hanno cercato di assumere un ruolo di diretta presenza negli affari del Governo, piuttosto che di rappresentazione, orientamento e verifica delle scelte del Governo. Spesso i processi di concertazione cominciavano e poi andavano avanti senza limiti di tempo né risultati, accompagnati da autoreferenzialità e modesta capacità di coinvolgere e fare sintesi dei variegati interessi.
Eppure questi organismi hanno autorevoli estimatori: John Maynard Keynes, scrivendo sulla “fine del laissez faire” quasi un secolo fa, evidenziava l’importanza in democrazia dei corpi intermedi, purché la loro azione fosse orientata al perseguimento di un bene pubblico, escludendo dalle loro decisioni motivi di interesse privato. Gli faceva eco Luigi Einaudi (pur molto distante dalle idee di Keynes) secondo il quale però: “i competenti dell’azione politica non sono e non debbono essere i competenti nei singoli rami di industrie o di commercio o di lavoro o di professione […] la competenza specifica dell’interessato cessa quando comincia la competenza generale del rappresentante della collettività”.
La Commissione europea richiama esplicitamente il processo di concertazione nei Piani Nazionali di Rilancio e Resilienza, che devono descrivere il contributo dei partner sociali, della società civile e degli altri rilevanti stakeholder, sia nella stesura che nell’implementazione delle azioni. Non è un riferimento rituale e scontato: implica riconoscimento di una dignità dei corpi sociali, appannata negli ultimi anni. Ma li carica dell’importante compito di svolgere un ruolo effettivo di collante, sempre importante ma soprattutto nel nostro Paese dove un tessuto produttivo così articolato e diffuso rende necessari (indispensabili?) momenti di sintesi.
Abbiamo istituzioni come le Camere di commercio – dove siedono le diverse componenti dell’economia – che per legge sono chiamate a fare una sintesi delle istanze dei corpi intermedi e delle imprese. Una sintesi che deve essere ispirata ai principi indicati da Keynes e da Einaudi. Tuttavia anche le Camere di commercio sono a metà del guado, attraversano un processo di riforma non ancora concluso, iniziato ormai ben quattro anni fa!
Recenti indagini (da ultimo una indagine campionaria condotta da Ipsos) dicono che le Camere incontrano un giudizio positivo delle imprese nella fornitura dei servizi, e tuttavia la parte ancora incompiuta della loro riforma rischia di alimentare il pregiudizio verso un moderno ruolo che tutti i corpi intermedi possono svolgere proprio per contribuire a diffondere un approccio di sostenibilità competitiva e di resilienza per le imprese.
Il Recovery Plan richiede un mix di investimenti e di riforme e può rappresentare anche l’occasione per rilanciare un ruolo di connessione della nostra ricca rete di corpi intermedi. Ai decisori di policy spetta oggi la responsabilità di un chiaro (e rapido) orientamento al riguardo!
di Gaetano Fausto Esposito
Segretario generale dell’Associazione delle Camere di commercio italiane all’estero e docente di Economia Politica all’Universitas mercatorum. E’ autore di numerosi saggi e volumi sui temi dell’economia finanziaria e dello sviluppo, dell’economia industriale e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. Attualmente si occupa del ruolo dei processi fiduciari nello sviluppo economico e di economia della sostenibilità istituzionale. Gestisce anche un blog sull’Huffington Post.
da il sole 24 ore del 10 Ottobre 2020
