Mi ritorni in mente… cantava nel 1969-70 Lucio Battisti, e il dibattito sul ruolo dello Stato nel post-pandemia per rilanciare l’economia sembra un ritorno alle discussioni del passato.
L’ascesa neo-liberista ha contrapposto (anche dal punto di vista ideologico) il mondo dell’impresa di mercato (quello della competizione, della produttività e dell’efficienza misurata dal profitto) al mondo del “pubblico” nell’economia, dominato dall’inefficienza, dalle “finalità improprie” e dallo spreco.
Queste motivazioni (in verità suffragate anche da molti “fallimenti del pubblico”) hanno comportato la riduzione della presenza dello Stato, che in effetti da noi era già in fase di contenimento rispetto a quella di altri paesi europei.
Valore delle partecipazioni pubbliche in percentuale del Pil nei principali paesi europei
OCPI
Ma questo accadeva prima della pandemia, che ha comportato un intervento pubblico diretto e straordinario non solo sul versante sanitario, ma anche nell’intero campo dell’economia.
L’attuale presidente del Consiglio Mario Draghi è stato tra i primi ad affermare questa necessità sostenendo lo scorso anno, in un articolo sul Financial Times, che eravamo in guerra contro il Covid, quindi avremmo dovuto mobilitarci come in una economia di guerra, aumentando il debito pubblico.
Ciò però non comporta necessariamente aumentare la presenza statale nelle compagini aziendali. Tuttavia in molti casi l’aumento della spesa pubblica è stato interpretato anche come possibilità di realizzare un più forte e diretto intervento nelle imprese: si è cominciato finanziando le aziende farmaceutiche impegnate nella ricerca e produzione dei vaccini anti-covid e si è aperta la strada a una presenza più ampia in diversi altri settori dell’economia (molti dei quali in difficoltà, anche per effetto del blocco di mercato imposto dal lockdown).
Assistiamo quindi alla riabilitazione di un ruolo più forte della mano pubblica nel sistema economico e anche nelle imprese e ritorna anche la vexata quaestio, sotto molti versi collegata a questa presenza, del profitto come unico misuratore dell’efficienza d’impresa e quindi come l’indice di regolazione di un sistema socio-economico, perché rappresenta il risultato delle preferenze del mercato verso i prodotti dell’azienda.
Ma allora, salvo alcune limitatissime e ben circoscritte eccezioni, si dovrebbe escludere una presenza pubblica diretta nella gestione dell’economia, perché questa non potrebbe ispirarsi allo stesso criterio di efficienza, essendo originata da motivazioni diverse, e di conseguenze da un lato rischierebbe di rappresentare una concorrenza sleale alle iniziative private, se puntasse allo stesso obiettivo di profitto, dall’altro sarebbe invece inefficiente, se basata su valutazioni di ordine politico.
Tuttavia questa impostazione è basata sull’ipotesi che il mercato sia in grado di riflettere tutte le preferenze dei consumatori, anche quelle di ordine etico sui sistemi e le modalità di produzione, quindi anche sulla sostenibilità sociale e ambientale della produzione.
Se questo fosse vero avrebbe ragione il Premio Nobel per l’economia Milton Friedman – padre del neo-liberismo – il quale in un famoso articolo sul New York Times Magazine sostenne (criticando il tema della responsabilità sociale dell’impresa) che l’unico fine “eticamente” aziendale e professionale dei manager è di massimizzare i profitti dell’azienda. Ma aggiunse anche: “… a patto che così facendo (si) rispetti le regole del gioco, vale a dire (si) operi in regime di concorrenza libera e aperta, senza inganni e senza frode”.
Ma purtroppo questo non si verifica in molti casi: per effetto di barriere anche solo informative il monitoraggio del mercato che dovrebbe premiare i migliori è in genere poco presente e, in tante situazioni, assente del tutto o addirittura impossibile. Allora, in epoca post pandemia – sulle ali di una rinnovata riabilitazione della presenza pubblica nell’economia – ci “ritorna in mente” anche una più decisa presenza del pubblico nelle imprese, purché avvenga definendo in maniera rigorosa i processi di accountability e sottoponendo a un rigoroso processo di selezione e a garanzie di indipendenza i manager incaricati di gestire queste attività, perchè un’impresa del genere può anche conseguire dei profitti, che anche in questo caso possono misurarne l’efficienza, ma ciò che invece cambia è la loro destinazione.
Può quindi aprirsi uno scenario inedito ma, sempre per parafrasare Battisti, “c’è qualcosa che non (dobbiamo) scordare” ossia che da noi le ultime rilevanti presenze organiche dello Stato nell’economia hanno dato un pessimo risultato, proprio perché hanno volutamente trascurato i criteri di accountability, di professionalità e autonomia manageriale, che invece sono generalmente rispettati in altri paesi.
di Gaetano Fausto Esposito, Direttore Generale Centro Studi delle Camere di Commercio “Guglielmo Tagliacarne” e docente di Economia Politica all’Universitas mercatorum. Autore di numerosi saggi e volumi sui temi dell’economia finanziaria e dello sviluppo, dell’economia industriale e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. Attualmente mi occupo del ruolo dei processi fiduciari nello sviluppo economico e di economia della sostenibilità istituzionale. Recentemente ho pubblicato Lockdown/Upside dpwn. Società ed economia globali in ripartenza, Fralerighe, e Come un salmone che risale la corrente. Elzeviri per un capitalismo globale più umano, Bruno Mondadori.
