Il problema è quanto possa durare questa pazienza. Alla conclusione, si arriva dopo un’attenta analisi, anche storica, sviluppata da Gaetano Fausto Esposito, direttore generale del Centro studi Guglielmo Tagliacarne, già segretario generale di Assocamerestero.
Oggi si parla molto delle sanzioni alla Russia. Ma quanti sono i provvedimenti in corso nel mondo?
«Innanzitutto, parliamo di sanzioni internazionali comminate da enti sovranazionali, ovvero Onu e Ue, che a volte richiama e rafforza le sanzioni Onu. Le motivazioni sono diverse. Originariamente, l’Onu adotta sanzioni contro il terrorismo e per la tutela della democrazia e le decide in sede di consiglio di sicurezza. Per questo non ne ha adottate verso la Russia, che fa parte del consiglio di sicurezza e, ovviamente, ha posto il veto. Le sanzioni Onu, in genere, sono più complesse e blande. Quelle Ue possono essere più pesanti. Oggi si contano una trentina di Paesi sotto sanzione, tra provvedimenti Onu e Ue. Oltre alla Russia, nell’elenco ci sono Libano, Venezuela, Guinea, Congo e Corea del Nord, per citare qualche esempio. Le ragioni sono quasi tutte connesse alla tutela della democrazia. La Russia è il Paese più grande: è undicesimo nel commercio internazionale e, nel suo caso, alle sanzioni internazionali si aggiungono quelle unilaterali decise dagli Usa».
Come agiscono le sanzioni sui mercati?
«Le sanzioni sono uno strumento antico. L’Italia nel 1935 invase l’Etiopia. La Società delle Nazioni, antesignana dell’Onu, comminò sanzioni al nostro Paese proibendo l’acquisto di beni italiani. L’Italia era allora l’ottava economia del mondo e riuscì a sopportare il bando perché Usa e Germania, che erano al primo e terzo posto, non facevano parte della Società delle Nazioni e continuarono a commerciare con noi. Nella storia, le sanzioni hanno prodotto effetti reali nel breve termine in un terzo dei Paesi sanzionati. Col tempo, l’efficacia è diminuita perché quanto più il commercio internazionale è integrato e complesso, con le catene globali del valore, tanto più ci sono alternative alle vie di scambio che vengono chiuse».
Quindi le sanzioni sono facilmente aggirabili?
«Prendiamo il caso della Russia, sanzionata da Paesi che insieme fanno il 59% del commercio internazionale. Resta il 41% del mercato che può commerciare liberamente con la Russia. L’escamotage più diffuso sono le esportazioni parallele, triangolazioni di beni vietati dai Paesi sanzionatori ma spondati con Paesi che non partecipano alle sanzioni. Sappiamo ad esempio che Cina e India non hanno sanzionato la Russia. Ma anche l’Arabia Saudita può comprare petrolio russo a prezzi scontati e ricommercializzarlo. Un altro escamotage è la vendita di prodotti petroliferi miscelati: la Russia miscela prodotti propri con quelli di altre nazioni;
a questo punto il prodotto miscelato non è più a nazionalità russa e viene commercializzato tramite piazze off shore. Per paralizzare realmente l’economia di un Paese si dovrebbe adottare un blocco totalitario: è capitato l’ultima volta con le sanzioni Onu verso l’Iraq, ma questa pratica è considerata scorretta per i contraccolpi umanitari sulla popolazione».
Chi vigila e può fermare queste scappatoie?
«Questi escamotage in genere non possono essere bloccati. O meglio, bisogna distinguere fra sanzioni primarie, dirette al Paese sanzionato, e sanzioni secondarie, dirette ai Paesi suoi amici. Solo gli Usa riescono ad adottare sanzioni secondarie, con effetti solo sulle attività americane, grazie anche al fatto che gli scambi sono in dollari. Si tratta però di casi limitati. In genere non si riesce, anche perché vanno considerate le implicazioni diplomatiche e geopolitiche. È emblematico il caso della Turchia, che non ha sanzionato la Russia e partecipa alle esportazioni parallele: gli Usa non possono entrare in conflitto commerciale con la Turchia, Paese Nato (non Ue), pena veder spostare sempre più il suo peso verso Russia e Cina».
Sulla Russia le sanzioni hanno effetto?
«Per ora, è abbastanza modesto per una serie di circostanze.La Russia esporta molto, soprattutto fonti energetiche e fertilizzanti. I Paesi anglosassoni, Usa, Regno Unito e Canada, si sono potuti permettere un embargo totale. Le esportazioni si sono ridotte, ma la Russia ha beneficiato dell’aumento dei prezzi. Anche le importazioni si sono ridotte e nel complesso la bilancia dei pagamenti russa non è drasticamente peggiorata nel breve periodo. Anche per quanto riguarda le riserve valutarie in rubli bloccate e l’esclusione dal sistema di pagamenti internazionali Swift, che ha sede in Svizzera ed è a guida statunitense, la Russia sta usando altri sistemi di pagamento, ad esempio cinesi, e non paga più in dollari, ma in rubli e altre valute, come il renminbi cinese. Questi sistemi paralleli stanno riducendo l’impatto delle sanzioni. Si pensava a un calo del Pil del 9% e invece i dati ufficiali, anche se vanno presi con cautela, parlano di un meno 2-3%. Per dare un’idea, nell’anno del Covid il Pil italiano è calato quasi del 9%, mentre quello mondiale è diminuito di poco più del 3%. Nel medio periodo invece la situazione potrebbe essere più complessa».
Perché?
«L’Italia, ad esempio, nel 2021 dipendeva per oltre il 44% dal gas russo. Nel 2022 è scesa sotto il 21%. Certo, la Russia sta vendendo gas alla Cina e ad altri Paesi, ma l’Italia è un mercato perso quindi la quantità di esportazioni si ridurrà e questo inciderà sulla bilanciadei pagamenti. Inoltre, la Russia importava tecnologia medio-alta anche dagli Usa. Una parte dei microprocessori è stata compensata dalla Cina, ma ci sono altri componenti più sofisticati su cui l’industria russa potrebbe andare in difficoltà. Quindi, nel medio periodo le sanzioni, che potrebbero anche essere inasprite, possono avere un impatto molto elevato portando a un ulteriore innalzamento dell’inflazione, oggi al 10-12%, alla svalutazione della moneta e alla recessione».
All’Italia quanto costano le sanzioni a Mosca?
«Non ci costano particolarmente. Dobbiamo distinguere fra ricadute potenziali ed effettive. Si pensava che l’interscambio con la Russia, importazioni ed esportazioni, avrebbe subito un costo di 10 miliardi di euro. In realtà, siamo sotto i due miliardi. La Russia non è mai stata fra i primi Paesi di riferimento per l’export italiano. Nel 2013, prima delle sanzioni del 2014 contro la guerra in Crimea, l’export in Russia era il 2,8% del totale. Da allora si è ridotto, tanto che nel
2021 era all’1,5% e nel 2022, per via delle nuove sanzioni, siamo scesi allo 0,9%: parliamo di 6 miliardi di euro su un totale di export italiano di oltre 620 miliardi. Cifre modeste. Le importazioni, invece, paradossalmente sono salite dal 3,9% del 2021 al 4,1% del 2022, ma è per l’aumento dei prezzi, non delle quantità».
Quindi, le sanzioni sono una misura paziente?
«Sì. Il problema è stabilire quale sia il livello massimo della pazienza. Keynes diceva che nel lungo periodo siamo tutti morti. Nel caso della guerra in Ucraina, purtroppo, questa non è una metafora».
Silvana Galizzi
Gaetano Fausto Esposito, Direttore Generale Centro Studi delle Camere di Commercio “Guglielmo Tagliacarne” e docente di Economia Politica all’Universitas mercatorum. Autore di numerosi saggi e volumi sui temi dell’economia finanziaria e dello sviluppo, dell’economia industriale e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. Attualmente si occupa del ruolo dei processi fiduciari nello sviluppo economico e di economia della sostenibilità istituzionale. Già dirigente dell’Area Studi dell’Istituto Tagliacarne e componente dell’Unità di valutazione degli investimenti pubblici e segretario generale di Assocamerestero, attualmente dirige il Centro studi Tagliacarne.
