NATO: la storica alleanza, la sfida di Trump e le prospettive della difesa europea di Costantino Del Riccio

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Dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti emersero come una potenza dominante grazie alla loro superiorità militare e a un impegno strategico per la stabilità globale.
La creazione della NATO nel 1949 segnò un punto di svolta: l’Alleanza, composta da paesi europei e nordamericani, fu concepita come un baluardo dell’ordine internazionale e dei valori democratici.
Washington assunse un ruolo centrale, sostenendo parte dei costi per garantire la sicurezza degli alleati.
Questo ombrello difensivo permise ai partner europei di destinare risorse allo sviluppo economico e sociale, mentre gli Stati Uniti consolidarono la loro influenza globale.
Anche dopo la fine della Guerra Fredda, la strategia di Washington rimase invariata, con le amministrazioni che riaffermarono il valore delle alleanze nella politica estera americana.
Tuttavia, le elezioni del 2016 segnarono un punto di svolta. La vittoria di Donald Trump portò a un ripensamento dell’approccio tradizionale, allontanandosi dall’immagine della “città sulla collina”, metafora dei Padri Fondatori e ripresa da diversi Presidenti come simbolo della missione degli Stati Uniti.
Con un’impostazione più nazionalista, l’amministrazione Trump ridefinì le priorità strategiche, ponendo l’interesse nazionale al centro delle scelte diplomatiche.
Tra i temi più dibattuti emerse la questione della condivisione degli oneri all’interno della NATO, una problematica già presente nel dibattito politico, ma che sotto Trump divenne una richiesta pressante e non più negoziabile.
Il Presidente ribadì che gli alleati che non contribuivano in modo adeguato alla difesa comune avrebbero dovuto provvedere da soli, anche in caso di un’ipotetica invasione russa nei Paesi baltici.
La dottrina di Trump, fondata sul principio “America First”, escludeva il sostegno a paesi terzi senza un ritorno immediato per Washington.
Le alleanze iniziarono a essere percepite come un onere piuttosto che un vantaggio, alimentando la convinzione che gli Stati Uniti stessero investendo troppo per ottenere troppo poco in cambio.
Durante la campagna elettorale del 2016, Trump attaccò l’Alleanza Atlantica, definendola obsoleta, eccessivamente costosa e troppo rigida per rispondere alle sfide del XXI secolo.
Questa posizione fu ribadita al primo vertice NATO da Presidente, tenutosi a Bruxelles nel maggio 2017, quando evitò di confermare esplicitamente l’impegno americano a intervenire in caso di un attacco a uno dei paesi del Patto Atlantico.
Questa posizione suscitò preoccupazione tra i governi europei, già allarmati dall’orientamento isolazionista della nuova amministrazione repubblicana.
L’insistenza di Trump sulla ripartizione dei costi della NATO rappresentò solo la punta dell’iceberg di un dibattito che affondava le radici nella Guerra Fredda e ha riacquistato centralità negli ultimi quindici anni, complice il parziale riposizionamento degli Stati Uniti sulla scena internazionale.
Già nel 2011, Robert Gates, Segretario alla Difesa sotto George W. Bush e Barack Obama, avvertì che la NATO rischiava di perdere credibilità se non fosse diventata un’alleanza in cui tutti i membri si assumessero “seri e reali obblighi globali”.
Nella seconda metà del 2017, l’amministrazione Trump chiarì che la NATO avrebbe potuto sopravvivere solo con un riequilibrio degli investimenti nella difesa tra le due sponde dell’Atlantico. Ma quale era la situazione reale?
Secondo i dati della NATO, nel 2016, ultimo anno della presidenza Obama, solo tre Paesi ( Estonia, Grecia e Regno Unito) rispettavano il parametro del 2% del PIL destinato alla difesa, un obiettivo fissato dal Consiglio Atlantico nel 2006.
Nel 2020, ultimo anno del mandato di Trump, il numero era triplicato con Francia, Lettonia, Lituania, Norvegia, Polonia e Romania che avevano superato la soglia minima di spesa.
Tra il 2014 e il 2019, tutti i membri della NATO aumentarono progressivamente gli investimenti nella difesa, segno che la pressione americana – iniziata prima dell’era Trump – stava producendo effetti concreti.
E’ importante notare che questa inversione di tendenza ebbe origine durante il secondo mandato di Obama, in particolare dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014.
Proprio in quell’anno, l’amministrazione democratica lanciò la European Deterrence Initiative, un programma volto a rassicurare gli alleati sul fianco orientale della NATO e a riaffermare l’impegno di Washington per la sicurezza europea di fronte alla crescente minaccia russa.
La vittoria di Joe Biden alle presidenziali del 2020 fu accolta con favore dai membri della NATO, che speravano in una ricucitura dei rapporti dopo le tensioni accumulate durante la presidenza Trump.
Il nuovo inquilino della Casa Bianca, forte della sua esperienza in politica estera e convinto atlantista, considerò la Russia di Putin un paese ostile alle democrazie occidentali.
La sua presidenza si aprì con la convinzione che gli alleati di Washington fossero indispensabili nella lotta contro l’autoritarismo e le tendenze illiberali.
Per Biden, la democrazia era sotto pressione come mai dagli anni Trenta, e difenderla era nell’interesse strategico degli Stati Uniti. A differenza del suo predecessore, ritenne che punire gli alleati con dazi avrebbe indebolito le capacità statunitensi.
Nel 2024, in occasione del 75° anniversario della NATO, Biden accolse i leader dell’Alleanza a Washington, ribadendo la solidità del legame transatlantico e il sostegno all’Ucraina.
Dal Mellon Auditorium, dove fu firmato il trattato di nascita dell’Alleanza Atlantica nel 1949, il Presidente americano affermò: “La Russia non prevarrà e la Nato resterà il ​​baluardo della sicurezza globale”.
Tuttavia, una nuova presidenza non bastò a invertire il graduale allentamento dei legami tra le due sponde dell’Atlantico.
Sebbene Biden adottasse toni diversi rispetto a Trump, il ritorno al passato non ci fu: la NATO rimase centrale, ma il focus strategico di Washington si era spostato verso l’Indo-Pacifico e la sfida con la Cina.
Gli Stati Uniti sembrano intenzionati a ridurre il loro investimento economico nella NATO europea e, probabilmente, anche a diminuire la presenza delle proprie truppe sul continente. Tuttavia, non intendono abbandonare le basi strategiche, soprattutto quelle che ospitano armamenti nucleari, elemento cruciale per la deterrenza atlantica.
La sfida per i Paesi europei è chiara: dovranno decidere se assumere una quota maggiore dei costi della difesa euro-atlantica o lavorare a una nuova architettura di sicurezza, sia nell’Unione Europea che su scala continentale.
Gli sviluppi delle ultime settimane hanno costretto l’Europa a confrontarsi con una nuova realtà geopolitica.
La volontà di rafforzare la propria autonomia strategica è sempre più evidente: i governi europei riconoscono la necessità di assumersi maggiori responsabilità e prepararsi a gestire in modo più indipendente la propria sicurezza.
Oggi, per l’Europa si apre una nuova fase: il libro della difesa europea.

Costantino Del Riccio

Costantino Del Riccio

Si è occupato di Stampa e Comunicazione con esperienza trentennale presso la Presidenza della Repubblica italiana