Al centro dal punto di vista dimensionale (hanno da 50 a 499 dipendenti) nella struttura imprenditoriale, queste imprese “di mezzo” esprimono delle performance non solo superiori alle imprese più piccole, ma anche alle imprese più grandi.
“Una vita da mediano” cantava nel 1999 il cantautore Luciano Ligabue descrivendo le caratteristiche di chi gioca a centrocampo nel calcio. La metafora del mediano sembra descrivere quella delle medie imprese industriali italiane, che si trovano al centro dal punto di vista dimensionale (hanno da 50 a 499 dipendenti) nella struttura imprenditoriale, tra le micro-piccole e le grandi. Le potremmo definire imprese “di mezzo” che però esprimono delle performances non solo superiori alle imprese più piccole, ma anche alle imprese più grandi.
Lo conferma la periodica indagine annuale svolta da Mediobanca, Istituto Tagliacarne e Unioncamere: tra il 1996 e il 2023 il fatturato cumulato di queste imprese è aumentato del 182% superando quello delle grandi, cresciute del 134%, con una notevole capacità di resilienza e di assorbimento rispetto alle altre, in particolare durante le grandi crisi mondiali come quella del 2009, del 2011-13 e del 2020. È quindi anche sotto molti versi fisiologico che queste imprese abbiano dovuto “tirare il fiato”, evidenziando nell’ultimo biennio una performance minore delle grandi aziende.

Le migliori performances rappresentano una smentita della tradizionale (quanto semplicistica) tesi secondo cui essere grandi, grazie all’esercizio di un maggiore potere di mercato, consente di sviluppare una maggiore efficienza e quest’ultima si trasforma anche in maggiore crescita, in un circuito che si autoalimenta.
Le dimensioni contano, ma le nostre medie imprese dimostrano che non si tratta di una relazione lineare: quando di acquisisce una dimensione intermedia, e si lavora in nicchie specializzate, si possono conquistare posizioni di leadership competitiva basate su di un connubio tra innovazione e valorizzazione del know-how e del capitale umano, secondo una relazione molto più articolata di quella basata sulle economie di scala e di produzione congiunta.
Negli anni Cinquanta del secolo scorso Edith Penrose evidenziò l’esistenza di un rapporto molto più complesso tra scala tecnica di produzione (e quindi efficienza) e crescita del mercato sostenendo che il vincolo è dato dalla capacità interna all’impresa di metabolizzare le conoscenze e di sviluppare know-how. Molto spesso le imprese del dimensione intermedia si sono dimostrate in grado di capitalizzare proprio il capitale umano trasformandolo in conoscenza e in innovazione, anche se in prospettiva saranno chiamate ad una innovatività più orientata sulle tecnologie strategiche rispetto a quanto accaduto nel passato.
È possibile che queste imprese riescano ad esprimere una scala produttiva efficace, e non solo efficiente in termini di minimizzazione dei puri costi di produzione, consentita anche da un ragionevole controllo sulle risorse strategiche esprimendo una gestione di tipo imprenditoriale, pur con i necessari temperamenti manageriali, che assicura capacità di iniziativa e presidio del mercato.
Questo modello consente una maggiore produttività, sia in termini di livello che di incremento, rispetto alle “omologhe” tedesche, francesi e spagnole, anche se queste ultime sembrano dimostrare performances crescenti, probabilmente anche grazie a forme di flessibilità simili alle nostre.
Ma la domanda è se queste imprese possano anche rappresentare una forma di capitalismo peculiare per il nostro Paese: 3.650 medie imprese hanno l’effettiva possibilità di svolgere quel ruolo di mediano “di spinta” del sistema imprenditoriale/capitalistico orientandolo verso una maggiore modernizzazione? Questa capacità dipende dalle interconnessioni che riescono a sviluppare nei circuiti di relazione/subfornitura con altre imprese ed enti.
Alla fine degli anni Novanta Gianni Lorenzoni nel trattare delle “costellazioni di impresa” identificò le caratteristiche delle “aziende guida” capaci di svolgere una funzione di indirizzo all’interno di una costellazione.

L’avvento della e-production, e più in generale i progressi della digitalizzazione, ci portano in un contesto molto diverso, ma rimangono intatte le caratteristiche di queste imprese in termini di elevata capacità di innovazione, di svolgere un ruolo di interfaccia/organizzazione della produzione in complessi mercati di nicchia, nonché propensione a sviluppare un know-how da far rifluire anche verso le imprese della costellazione, attraverso una leadership non gerarchica (come accade nella grande dimensione) ma di tipo relazionale. Il tutto passa attraverso la forte capacità di attivare circuiti di subfornitura che ancora oggi trovano il principale riferimento locale o sul territorio italiano.
Sì, queste imprese potrebbero svolgere un ruolo di sviluppo e modernizzazione del nostro sistema imprenditoriale-capitalistico, e spesso lo stanno già svolgendo, ma perché siano messe in grado di passare sempre meglio la “palla” occorre sviluppare anche una migliore interlocuzione nei loro confronti, come segmento produttivo specifico, mentre la loro voce non è ancora adeguatamente valorizzata, forse proprio perché non sono considerate “punte” di una forma organizzativo-produttiva più ampia, sottovalutando le forti interconnessioni con il resto dell’apparato produttivo.
Ma senza mediani è difficile andare in rete!

