Il problema non è la portata di misure come i dazi di Trump, quanto la perdita di affidabilità del garante stesso del sistema fiduciario. La vera vittima di questa situazione è la credibilità degli Stati Uniti, che rischia di seppellire definitivamente i valori alla base del “secolo americano”
Il 17 febbraio 1941, il giornalista Henry Luce, in un editoriale sulla rivista Life, introdusse per la prima volta l’espressione “secolo americano” riferita al Novecento. Scriveva: “Il futuro non sembra prometterci altro che conflitto, disordine e guerra…”, sostenendo che l’America non potesse restare estranea agli sconvolgimenti della guerra mondiale, ma dovesse assumersi la responsabilità di diffondere i valori della propria società superando l’isolazionismo (sic!): libertà, uguaglianza di opportunità e democrazia. L’America, secondo Luce, aveva il compito di essere protagonista – morale e pratico – della trasformazione globale.
Il 17 febbraio 1941, il giornalista Henry Luce, in un editoriale sulla rivista Life, introdusse per la prima volta l’espressione “secolo americano” riferita al Novecento. Scriveva: “Il futuro non sembra prometterci altro che conflitto, disordine e guerra…”, sostenendo che l’America non potesse restare estranea agli sconvolgimenti della guerra mondiale, ma dovesse assumersi la responsabilità di diffondere i valori della propria società superando l’isolazionismo (sic!): libertà, uguaglianza di opportunità e democrazia. L’America, secondo Luce, aveva il compito di essere protagonista – morale e pratico – della trasformazione globale.
Così è stato, tra contraddizioni e conflitti, per tutto il secolo scorso: con il rafforzamento del ruolo del dollaro e di quello che Valéry Giscard d’Estaing definì “l’esorbitante privilegio” degli Stati Uniti di emettere la moneta di riserva mondiale, sancito dagli accordi di Bretton Woods. Nonostante i tentativi di John Maynard Keynes di proporre un’alternativa internazionale, il Bancor, la leadership americana si consolidò, alimentata non solo dall’hard power militare ed economico, ma anche da quello che il politologo Joseph Nye negli anni Ottanta avrebbe chiamato soft power: la capacità di diffondere modelli culturali e valori, che integra l’hard power basato sulla capacità economica e militare.
Francis Fukuyama, dopo la caduta del Muro di Berlino, scrisse che la storia era “finita”, con l’affermazione definitiva del capitalismo sul socialismo reale. Eppure, la società americana si è progressivamente polarizzata, diventando una delle più inique al mondo, l’ascensore sociale si è bloccato, la classe media si è sentita impoverita e sconfitta dai processi di globalizzazione, larghi strati della società sono impauriti e delusi. La crisi di valori e di capacità rigenerativa ha trovato conferma nell’ascesa di Donald Trump, il cui consenso elettorale ha enfatizzato individualismo e isolazionismo, tradotti in un approccio sempre più contrattuale (oltre che personalistico) alla politica internazionale.
Oggi, in un contesto ben diverso, ma in parte assimilabile agli anni Quaranta, emerge un elemento centrale: la fine della fiducia internazionale. La fiducia, fondamento degli scambi economici, non può reggersi a lungo solo su promesse e trattati. A livello istituzionale e internazionale, essa dipende dalla credibilità costruita nel tempo che rassicura sulla coerenza dei comportamenti futuri, e dalla capacità di una potenza egemone di svolgere una sorta di funzione di arbitro. Dopo la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti incarnarono questo ruolo, ponendosi come garanzia di affidabilità per il sistema internazionale, soprattutto in Occidente. Hanno anche sostenuto la creazione di istituzioni multilaterali, ricavandone vantaggi importanti nel medio periodo.
Un altro pilastro era la distinzione – pur nell’intreccio – tra economia e geopolitica: la prima rispondeva a interessi di breve periodo, la seconda a logiche di potere e strategie di lungo periodo. L’uso politico dei dazi, già evidenziato da Albert Hirschman nel 1945, ne è un esempio: strumenti commerciali utilizzati a fini di incentivazione o coercizione anche politica, ma sempre distinti dalle questioni militari o strategiche.
Negli Stati Uniti esisteva una chiara ripartizione istituzionale di funzioni nell’Amministrazione federale tra Segretario di Stato, Segretario al Commercio e Segretario al Tesoro. Questa coerenza garantiva alleanze solide, tanto da fondare la strategia del friendshoring sostenuta in anni recenti da Janet Yellen. La storia delle relazioni del passato contribuiva a delineare un quadro relativamente stabile anche per il futuro.
Ora, invece, strumenti e obiettivi si confondono, e vanno di pari passo con il crescere del ruolo dei Consiglieri e degli Inviati speciali del Presidente. Politica commerciale e scelte geopolitiche si sovrappongono senza coerenza e con poca strategia di medio termine; l’alternarsi di decisioni contraddittorie, il continuo stop and go e l’indebolimento della figura del Segretario di Stato hanno eroso la credibilità internazionale degli Stati Uniti, con un processo che si è aggravato negli ultimi tempi, ma che parte da lontano.
Secondo economisti come Pasquale Lucio Scandizzo, l’aumento delle tariffe non avrà effetti devastanti immediati, ma nel medio periodo comporterà deviazioni dei flussi commerciali, come già accadde con i dazi imposti alla Cina durante la presidenza Trump, che si potrebbe accompagnare a un rallentamento della produttività globale, a crescita ulteriore di disuguaglianze tra classi sociali e settori produttivi. Per la Presidente della BCE l’impatto sul Pil europeo sarà modesto.
Il problema, però, non è la portata delle misure, quanto la perdita di affidabilità del garante stesso del sistema fiduciario.
La vera vittima di questa situazione è la credibilità degli Stati Uniti, che rischia di seppellire definitivamente i valori alla base del “secolo americano”. Quando il soft power cede il passo alla pura contrattazione, l’intero ordine internazionale entra in crisi, e ai valori liberali di cooperazione si sostituiscono quelli nazionalistici di sicurezza economica e politica.
Oggi siamo alla ricerca di nuovi equilibri, di nuovi soggetti capaci di offrire garanzia e affidabilità, in un contesto che però si è già articolato in tanti accordi regionali impostati sulla base di un multilateralismo corto – quanto a paesi aderenti – e zoppo in termini di garanzie complessive.
Forse potrebbe finire per affermarsi una “saggezza orientale”, soprattutto se l’Unione Europea continuerà a relegarsi al ruolo di spettatrice, non traendo le conclusioni del radicale cambiamento della tradizionale prospettiva geoeconomica e delle conseguenti alleanze, come ha recentemente stigmatizzato Mario Draghi.

