Mattarella celebra ad Ancona il 4 novembre di Costantino Del Riccio

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Dal ricordo della guerra alla responsabilità della pace. Una nazione tra patriottismo e consapevolezza repubblicana.

Il prossimo 4 novembre, alle 9.15, nell’ambito delle celebrazioni della Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, si terrà la cerimonia di deposizione di una corona d’alloro al Sacello del Milite Ignoto presso l’Altare della Patria, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, del Ministro della Difesa, Guido Crosetto, delle più alte cariche dello Stato e dei Vertici della Difesa.

Le celebrazioni proseguiranno ad Ancona, dove, alle 11.30, il Presidente della Repubblica, accompagnato dal Ministro Crosetto, presiederà la cerimonia militare. 

In una città  crocevia della storia risorgimentale e testimone delle vicende della Grande Guerra, la ricorrenza  torna a essere un’occasione di riflessione collettiva sul senso dell’identità nazionale e sui significati della memoria pubblica.

 Celebrare una data civile significa sempre  confrontarsi con la trama complessa di un passato che continua a definire un Paese  e a orientarne il futuro.

 La memoria, come insegnano gli storici, non è mai un esercizio neutro: suscita orgoglio e commozione, ma anche dibattito e confronto, perché attraverso di essa una comunità rilegge e interpreta se stessa. Il modo in cui una nazione ricorda le proprie guerre, i propri lutti e le proprie conquiste è parte integrante della sua maturità democratica.

In questa prospettiva, il 4 novembre occupa un posto emblematico. E’ la data che segna la fine della guerra contro l’Austria-Ungheria nel 1918, salutata dal Bollettino della Vittoria del generale Armando Diaz. Le parole del proclama risuonarono come un atto di compimento nazionale, suggello del lungo processo risorgimentale.

 Eppure, dietro l’enfasi dei titoli dei giornali, si celava l’immenso costo umano del conflitto: oltre seicentomila morti, milioni di reduci, un Paese stremato e attraversato da fratture sociali e politiche.

 Fin dall’inizio, la memoria di quella giornata si divise. Per alcuni rappresentò  la “quarta guerra d’indipendenza”, l’atto conclusivo del Risorgimento; per altri  una tragedia imposta ai figli del popolo, che aveva lasciato fame e miseria.

Già nel primo anniversario, nel 1919, non mancarono tensioni. Ma  nel 1921 l’istituzione del culto del Milite Ignoto offrì una via di conciliazione nazionale. Quel soldato senza nome, accolto nel sacello dell’Altare della Patria, divenne simbolo di appartenenza comune, punto di incontro tra dolore e riconoscenza. La sua figura muta e universale parlava a tutti: alle madri, ai reduci, ai cittadini che cercavano un senso nel sacrificio collettivo.

  Tuttavia, l’avvento del fascismo alterò presto il significato originario. Il 4 novembre divenne pilastro della liturgia del regime, intrecciato con il mito della Marcia su Roma e celebrato attraverso parate militarizzate e simboli di potenza.

A differenza di quanto accadde in altri Paesi, dove l’Armistice Day o il Remembrance Day assunsero carattere civile e corale, in Italia la commemorazione fu monopolizzata da un linguaggio nazionalistica, più volto a celebrare la guerra che a ricordare le vittime. La memoria piegata all’ideologia della forza oscurò la riflessione.

Fu durante la Resistenza che il significato del 4 novembre venne reinterpretato in chiave di patriottismo democratico: l’idea che l’amor di patria potesse esprimersi non nella conquista, ma nella liberazione.

 Con la nascita della Repubblica, la data assunse un nuovo orizzonte simbolico: un ponte ideale tra la Grande Guerra e la Liberazione.

Nel 1949, la ricorrenza fu ufficialmente ribattezzata Giorno dell’Unità Nazionale , a sottolineare la centralità delle Forze Armate nella nuova Italia repubblicana e atlantica.

Tuttavia, questa interpretazione tendeva a diluire la memoria resistenziale, proponendo un ricordo più conciliatorio di tutte le guerre, nel tentativo di unire anziché dividere.

Negli anni del boom economico, la giornata mantenne un carattere istituzionale, ma le contestazioni del 1968 segnarono una svolta. Le nuove generazioni, animate da ideali pacifisti, percepivano la celebrazione come  un retaggio di un passato lontano.

 Nel 1977, la data cessò di essere giorno festivo e la ricorrenza fu spostata  alla prima domenica di novembre: sembrava l’epilogo di una memoria scolorita.

Eppure, anche in quegli anni, figure come Aldo Moro e Sandro Pertini si impegnarono per restituire al 4 novembre un senso costituzionale, fondato sul ripudio della guerra e sul valore civile della difesa della pace.

  Pertini,  con la sua biografia di combattente della Prima guerra mondiale e di partigiano, incarnava un ideale di patriottismo repubblicano fondato non sulla gloria delle armi ma sulla dignità della libertà.

 Il suo esempio, ripreso in seguito dai Presidente Ciampi, Napolitano e Mattarella, ha contribuito a ridefinire il significato della ricorrenza come momento di riconciliazione e di coscienza civica.

Negli ultimi anni, la riflessione sul 4 novembre è tornata attuale. Il  dibattito sul ripristino della festività nazionale mostra quanto questa  resti carica di significati: fondamento della patria e coronamento del Risorgimento, ma anche occasione di meditazione sulla violenza della guerra e sui doveri della pace.

Oggi, in un’Europa attraversata da nuove tensioni e conflitti,  il 4 novembre ci invita a riflettere sull’uso pubblico della storia. Il pericolo maggiore non è l’oblio, ma la sovrapposizione di memoria contrapposte, ridotte a strumenti di contesa politica o ideologica.

 Ricordare significa educare alla pluralità: riconoscere che la storia nazionale è fatta di conquiste e di ferite, di eroismi e di errori, e che solo accettandone l’interezza possiamo comprenderla davvero.

Forse una memoria pienamente condivisa resterà un ideale lontano, ma possiamo costruire una coscienza comune che accolga  le differenze come parte della nostra identità. Ricordare non è soltanto celebrare: è interrogare il passato per dare senso al presente e trasmettere alle nuove generazioni l’idea che la memoria è un atto di responsabilità civile e patriottica.

Costantino Del Riccio

Costantino Del Riccio

Si è occupato di Stampa e Comunicazione con esperienza trentennale presso la Presidenza della Repubblica italiana