Trasparenza salariale: l’Europa impone la svolta entro il 2027 di Giuseppe Tripoli

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Dalla seconda metà del 2027, le aziende in qualsiasi Paese membro dell’Unione Europea dovranno rendere più trasparenti le loro strategie retributive, anche al fine di combattere il gender gap: e questo è un bene. C’è un risvolto della medaglia. Ad esempio, quelle più grandi (con almeno 100 dipendenti) dovranno redigere report periodici sul divario retributivo di genere.
Questo è quanto prevede la Direttiva europea sulla trasparenza salariale. L’obiettivo è applicare un principio sacrosanto, quello della parità di retribuzione – per mansioni di pari valore – tra donne e uomini. L’Italia, come tutti i Paesi membri, è chiamata a recepirla entro il 7 giugno 2026.

La Direttiva introduce disposizioni significative: i lavoratori e i candidati avranno maggiore accesso alle informazioni su retribuzioni, criteri di avanzamento e di definizione dei salari; le aziende dovranno indicare la retribuzione nelle offerte di lavoro e non potranno più chiedere la storia salariale dei candidati.

Questo importante cambiamento comporta, però, delle criticità per il mondo imprenditoriale. L’adeguamento dei sistemi HR e dei processi di raccolta dati rappresenta un notevole onere amministrativo. Inoltre, le difficoltà nella valutazione del “pari valore” tra mansioni diverse e i costi di compliance sono sfide concrete, specialmente considerando i tempi ristretti per l’adeguamento.

La posizione di Unioncamere è di sostegno all’obiettivo di equità, ma è fondamentale prevedere semplificazioni per le PMI, con obblighi ridotti e procedure snelle.
Dobbiamo rendere la Direttiva un’opportunità, non un nuovo fardello. Una proroga è opportuna per facilitare l’adattamento da parte delle imprese.

Giuseppe Tripoli, Segretario Generale Unioncamere