Il 17 marzo, l’Italia celebra la Giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’Inno e della Bandiera, istituita nel 2012 per ricordare la proclamazione del Regno d’Italia avvenuta nel 1861.
La ricorrenza rappresenta un momento di commemorazione storica e un’occasione per riflettere sulle radici istituzionali della comunità nazionale.
Non è casuale che il titolo della giornata unisca riferimenti a fasi diverse della storia italiana: l’Unità nazionale, la Costituzione repubblicana, l’inno e la bandiera.
In questa sintesi si coglie l’intreccio tra il processo risorgimentale e la successiva costruzione della democrazia repubblicana.
La memoria del 17 marzo rinvia non solo alla nascita dello Stato unitario, ma anche al percorso storico attraverso cui quello Stato ha progressivamente trovato la propria legittimazione nella sovranità popolare.
In questa prospettiva, due date assumono un significato particolare: il 17 marzo 1861, proclamazione del Regno d’Italia, e il 16 marzo 1946, quando fu convocato il referendum destinato a ridefinire la forma dello Stato.
Il 17 marzo 1861 rappresenta uno dei passaggi più significativi della storia della penisola. Con la legge approvata dal Parlamento di Torino, Vittorio Emanuele II assunse il titolo di Re d’Italia, sancendo l’esistenza di un nuovo Stato nel sistema politico europeo.
La decisione di mantenere il numerale “secondo” indicava chiaramente la continuità giuridica tra il Regno di Sardegna e il nuovo Regno d’Italia.
Di conseguenza, lo Statuto Albertino del 1848 venne esteso all’intero territorio nazionale, diventando la carta costituzionale del nuovo Stato.
Il Regno d’Italia nacque dunque come ampliamento di uno Stato preesistente, secondo una logica di continuità che avrebbe caratterizzato a lungo l’ordinamento italiano.
L’unificazione fu il risultato di un processo complesso, che coinvolse le guerre d’indipendenza, l’azione diplomatica delle élite liberali e i movimenti patriottici.
La spedizione dei Mille, guidata da Giuseppe Garibaldi, contribuì alla caduta dei regimi preunitari nel Mezzogiorno.
Nel 1861, l’Italia era ancora incompleta: Roma era la capitale dello Stato pontificio e Venezia un possedimento dell’Impero asburgico.
L’unificazione territoriale si completò solo negli anni successivi, con l’annessione del Veneto nel 1866 e la presa di Roma nel 1870.
Al di là delle questioni territoriali, il 1861 segnò l’ingresso degli italiani in uno spazio politico comune. La costruzione dello Stato unitario avviò l’unificazione amministrativa e legislativa, contribuendo a formare un’identità nazionale, sebbene ancora fragile.
Il nuovo Stato dovette confrontarsi con profonde differenze economiche e sociali e con una partecipazione politica limitata a una ristretta minoranza.
Lo Stato liberale si basava su un sistema rappresentativo elitario, con il suffragio ristretto e una monarchia centrale nell’equilibrio istituzionale.
Nei decenni successivi, l’ordinamento dello Stato unitario conobbe importanti trasformazioni. L’allargamento del suffragio, l’emergere dei partiti di massa e la crescita dei movimenti sociali contribuirono a ridefinire il rapporto tra istituzioni e società.
Tuttavia, le tensioni generate dalla Prima guerra mondiale e dalla crisi dello Stato liberale aprirono la strada all’esperienza autoritaria del fascismo.
Con l’instaurazione della dittatura, il sistema costituzionale basato sullo Statuto Albertino fu svuotato, mentre la monarchia rimase formalmente al vertice senza riuscire a impedire la trasformazione autoritaria dell’ordinamento.
La frattura decisiva si verificò durante la Seconda guerra mondiale. Il crollo del regime fascista nel 1943, l’occupazione tedesca e la guerra di liberazione segnarono una rottura profonda nella storia dello Stato unitario.
La Resistenza rappresentò non solo una lotta contro il nazifascismo, ma anche un momento di rinnovamento politico e morale della comunità nazionale.
Dopo la Liberazione del 25 aprile 1945, seguì una fase di transizione istituzionale regolata dai decreti luogotenenziali emanati durante la luogotenenza del principe Umberto di Savoia.
In questo contesto si colloca il decreto luogotenenziale del 16 marzo 1946, che convocò i cittadini alle urne per scegliere tra monarchia e repubblica ed eleggere l’Assemblea Costituente.
Firmato dal Luogotenente del Regno Umberto e controfirmato dal Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, costituì un passaggio fondamentale nella storia costituzionale italiana, poiché, per la prima volta, la forma dello Stato veniva rimessa direttamente alla decisione del popolo.
Il referendum del 2 giugno 1946 segnò un momento di straordinaria partecipazione politica. Il voto si svolse a suffragio universale e vide la piena partecipazione delle donne alla vita politica.
L’affluenza alle urne fu altissima, evidenziando la consapevolezza diffusa di una scelta decisiva per il futuro del Paese.
La vittoria della Repubblica segnò la fine della monarchia sabauda e aprì la strada ai lavori dell’Assemblea Costituente, incaricata di redigere la nuova Costituzione entrata in vigore nel 1948.
Considerate in una prospettiva di lunga durata, le date del 17 marzo 1861 e del 16 marzo 1946 non rappresentano momenti contrapposti, ma tappe complementari della stessa storia.
La prima segna la nascita dello Stato unitario, la seconda afferma la sovranità popolare come fondamento dell’ordinamento politico.
Tra queste due date si dispiega il percorso che conduce dalla costruzione dello Stato nazionale alla fondazione della democrazia costituzionale.
La memoria del 17 marzo, oggi dedicata anche alla Costituzione e ai simboli della Repubblica, richiama proprio questa continuità storica ed evidenzia come l’Unità nazionale e la democrazia repubblicana rappresentino due momenti inseparabili della formazione dello Stato italiano.

