Un salario più alto e un maggiore riconoscimento del merito. Su questi due fronti si gioca la possibilità che i giovani italiani all’estero tornino in Italia. A rivelarlo è stata l’indagine promossa dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro e contenuti nel Rapporto “Giovani Expat. Come farli tornare”, che ha raccolto complessivamente oltre 2.500 risposte (di cui 1.803 analizzate in questa prima versione del Rapporto).
Il CNEL si è rivolto direttamente ai giovani tra i 18 e i 34 anni che hanno lasciato il Paese, con un questionario diffuso attraverso i propri canali e la rete di università, associazioni e comunità italiane nel mondo, per domandare le ragioni della partenza, il bilancio dell’esperienza e le condizioni alle quali prenderebbero in considerazione il rientro. L’indagine è stata realizzata per il CNEL da REF Ricerche con Questlab, e i primi risultati sono stati anticipati nelle scorse ore dal Presidente del CNEL, Renato Brunetta, al Forum TEHA di Cernobbio.
A rispondere è stata la parte più formata di una generazione: il 93% è laureato, con il 45% in possesso di una laurea magistrale, il 22% di un master, il 14% di una laurea triennale e il 12% di un dottorato. Il 58% ha lasciato l’Italia appena terminati gli studi, senza averci mai lavorato.
Oggi l’87% dei rispondenti vive in un Paese europeo (il 60% nell’Unione europea, il 27% in Europa extra-UE) e l’8,5% in Nord America.
“Abbiamo aperto un canale diretto di ascolto, una piattaforma di confronto stabile con chi vive e lavora all’estero, e la risposta è stata straordinaria per lucidità e nettezza – ha spiegato Brunetta -. I nostri expat ci indicano un’agenda chiara, fatta di retribuzioni adeguate e riconoscimento del merito. Ora tocca al Paese dare risposte: alle imprese, prima di tutto, chiamate a scommettere sul capitale umano qualificato invertendo la debolezza della domanda, e alle istituzioni, per creare le condizioni di un ritorno non solo auspicato, ma conveniente”.
“Sedici miliardi l’anno di capitale umano formato in Italia e messo a frutto altrove sono un’emorragia che nessuna economia della conoscenza può permettersi – ha concluso Brunetta -. Eppure, quasi due terzi di chi ha risposto dichiara che tra cinque anni sarà dove ci saranno le opportunità migliori: quindi anche qui, se sapremo crearle. Il talento italiano non manca mai all’appello. Tocca all’Italia meritarselo”.
Un aumento consistente delle retribuzioni è la condizione per il ritorno in Italia più citata in assoluto, giudicata estremamente rilevante dall’83% dei rispondenti. Sommando i giudizi di rilevanza, le opportunità di lavoro adeguate al proprio profilo arrivano all’88% e il merito al 79%. Seguono gli incentivi al rientro con il 75% e la conciliazione tra vita e lavoro con il 72%, mentre alloggi accessibili e servizi pubblici efficienti, gli ambiti di competenza più diretta dell’attore pubblico, chiudono la graduatoria con il 63% e il 62%.
Le stesse due voci, in ordine invertito, spiegano la partenza. Le basse retribuzioni sono estremamente rilevanti per quattro rispondenti su cinque, seguite dalla cultura del lavoro giudicata arretrata e dalla scarsa valorizzazione delle competenze. Il 49% indica la lentezza della burocrazia e il 48% il peso di clientelismo e raccomandazioni, quota che cresce sensibilmente tra chi è partito dal Mezzogiorno.
Alla domanda su quale singolo intervento avrebbe la precedenza assoluta, oltre la metà dei rispondenti (53%) sceglie le retribuzioni, quasi uno su cinque (19%) le opportunità di lavoro, il 6% la meritocrazia in senso stretto. Al Nord la priorità retributiva raccoglie il 55%, nel Mezzogiorno scende al 48% e lascia spazio proprio alle richieste di merito e di stabilità dell’impiego.
L’indagine si innesta sul quadro statistico elaborato dal CNEL, che fotografa una vera e propria emorragia generazionale: tra il 2011 e il 2024 l’Italia ha perso, al netto dei rientri, 441 mila giovani tra i 18 e i 34 anni, con un saldo negativo record di oltre 61 mila unità nel solo 2024.
A certificarne l’anomalia è l’Indice Sintetico dei Flussi Migratori (ISFM) ideato dal CNEL: per ogni coetaneo che arriva da un’economia avanzata, partono più di 14 giovani italiani (14,5), a fronte di un rapporto sostanzialmente paritario (attorno all’unità) nelle altre grandi nazioni europee.
Il valore del capitale umano fuoriuscito è stimato in 159,5 miliardi di euro nel periodo 2011-2024, pari a circa 16 miliardi l’anno secondo i trend più recenti.
A parità di potere d’acquisto, tra il 2000 e il 2024 lo svantaggio salariale dell’Italia è peggiorato verso tutti i principali partner europei: da un vantaggio dell’1% a un ritardo del 7% rispetto alla Spagna, da un divario del 14% al 36% verso la Germania, fino a salire dal 39% al 71% nei confronti della Svizzera.
Il Rapporto nella sua versione integrale è disponibile sul sito del CNEL. (aise)
Home Magazine N. 89 Italplanet Magazine Settembre 2026 Più salari, più merito: la ricetta per far tornare i giovani expat...
