Ci sono date che, con il trascorrere degli anni, cessano di appartenere soltanto al calendario della memoria ed entrano nella storia di una generazione. L’11 settembre 2001 è una di queste.
Venticinque anni dopo, le immagini delle Torri Gemelle restano uno spartiacque della storia contemporanea.
Per gli Stati Uniti sono la memoria di una ferita nazionale.
Per l’Italia segna uno dei momenti in cui il legame con l’America mostrò di essere di più di un’alleanza politica.
A comprenderlo immediatamente fu Carlo Azeglio Ciampi.
Presidente della Repubblica da poco più di due anni, davanti alle immagini provenienti da New York, inviò a George W. Bush un messaggio che riassumeva la posizione italiana: “L’Italia è al fianco degli Stati Uniti“.
Quella sera parlò agli italiani a reti unificate. “L’Italia è in lutto“, disse, richiamando i popoli liberi all’unità nella difesa dei valori democratici.
Non era solo diplomazia. New York era stata una delle grandi porte d’ingresso dell’emigrazione italiana. Generazioni di italiani vi avevano costruito famiglie, imprese e comunità. L’attacco colpì anche questa storia.
Il 1° ottobre 2001, in occasione della commemorazione delle vittime, Ciampi ricordò che tra i morti vi erano italiani e italoamericani, legati all’Italia dalle radici e dagli affetti.
L’Atlantico univa due società intrecciate da milioni di vicende personali.
Nel primo anniversario degli attentati Ciampi ribadì che l’Italia non ha dimenticato e non avrebbe dimenticato l’11 settembre. Ma aggiunse un punto centrale della politica estera italiana: un’Europa più forte non avrebbe indebolito il rapporto con Washington. Al contrario “L’Europa è il grande alleato naturale degli Stati Uniti“.
Il 16 novembre 2003 quella relazione assunse la forma di un gesto concreto. In visita negli Stati Uniti, Ciampi si recò a Ground Zero e depose una corona.
Erano trascorsi poco più di due anni dagli attentati e appena quattro giorni dalla strage di Nassiriya, nella quale avevano perso la vita diciannove italiani.
New York divenne così il punto d’incontro tra il dolore americano dell’11 settembre e quello italiano per i morti in Iraq.
Con Giorgio Napolitano il rapporto transatlantico entrò in una fase diversa. L’emergenza delle prime ore era lontana, ma il terrorismo continuava a segnare l’agenda dell’Occidente.
Napolitano mantenne ferma la collocazione atlantica dell’Italia, legandola però alla necessità di un’Europa più forte.
Nel 2010 a Washington, sostenne che l’Europa avrebbe potuto contribuire pienamente alle relazioni transatlantiche soltanto rafforzando l’integrazione, la politica estera e la propria capacità di assumere responsabilità nella sicurezza collettiva.
Era la prosecuzione dell’intuizione di Ciampi: europeismo e atlantismo non come alternative, ma come dimensioni complementari.
Napolitano legò il rapporto con gli Stati Uniti all’impegno italiano nelle missioni internazionali. Nel messaggio di fine anno del 2007 ricordò l’apprezzamento americano per il contributo italiano ed europeo in un mondo ancora esposto dall’aggressività del terrorismo.
Con Sergio Mattarella la memoria dell’11 settembre ha acquistato la dimensione del lungo periodo.
Pochi mesi dopo l’ingresso al Quirinale, nel settembre 2015, ricordò la tragedia e la vicinanza dell’Italia al popolo americano.
Nel febbraio 2016, durante la visita negli Stati Uniti, si recò a Ground Zero, depose fiori al Memoriale, visitò il Museo e salì alla Freedom Tower.
Nel 2019 a Washington, incontrando Nancy Pelosi, ricordò che la presenza italiana in Afghanistan costituiva una prova concreta della solidarietà offerta all’America dopo gli attentati.
Nel 2021, ventesimo anniversario, Mattarella condensò quella storia in poche parole: “Quella tragedia ci ha uniti nel segno del dolore”.
Definì il terrorismo espressione di un fanatismo “vile e cieco“, e trasformò il ricordo in un impegno politico: difendere la cornice comune di valori fondata sulla pacifica convivenza tra i popoli.
Libertà, democrazia, sicurezza e dignità della persona, ammonì, non sono conquiste acquisite per sempre.
La ricorrenza cadeva poche settimane dopo il caotico ritiro occidentale dall’Afghanistan.
È questo il filo che unisce tre diverse Presidenze della Repubblica.
Ciampi visse l’11 settembre nel momento della tragedia e tradusse la solidarietà con l’America nell’affermazione di un’appartenenza comune.
Napolitano ne raccolse l’eredità negli anni delle missioni internazionali, insistendo sulla necessità di un’Europa più unita e capace di condividere maggiori responsabilità con Washington.
Mattarella ha custodito quella memoria in un ordine mondiale più frammentato, nel quale il rapporto con gli Stati Uniti resta essenziale ma non può esonerare l’Europa dal costruire capacità proprie.
Nei messaggi, nelle visite e nei gesti dei tre presidenti si legge una costante: l’America come alleato, l’Europa come orizzonte, il multilateralismo come metodo.
A venticinque anni dall’11 settembre, New York resta il luogo dal quale questa continuità si osserva meglio.
Il rapporto tra Italia e Stati Uniti non vive soltanto nella NATO o nelle cancellerie. Vive nelle università, nelle imprese, nella cultura e nelle generazioni di italiani e italoamericani. E’ questa trama umana a rendere il legame più resistente delle oscillazioni politiche.
Il tempo attenua la forza delle immagini, ma non la responsabilità di comprenderne l’eredità. L’11 settembre insegnò che anche la massima potenza poteva essere colpita; i venticinque anni successivi hanno mostrato le difficoltà di garantire un ordine geopolitico stabile. L’Atlantico continua a separare due continenti. Storia, interessi e persone impongono ancora di tenerli uniti.
Costantino Del Riccio

