giovedì, Settembre 10, 2026
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Calo dell’export e settori strategici. Un’occasione di rilancio?

Milano 1630, è in corso l’epidemia di peste i cui diversi risvolti sono stati narrati da quello straordinario affresco di storia, società, lezione civica e vita vissuta dei Promessi Sposi. La peste, come oggi il Covid-19, ebbe un forte impatto sulle esportazioni tessili, in particolare di quelle relative ai panni di lana e alla seta, contribuendo a spostare il vantaggio a favore delle Fiandre, in un periodo in cui l’Olanda – con un’accurata e lungimirante politica commerciale – consolidava il suo predominio a livello mercantile.
Analogie che vengono alla mente guardando gli ultimi dati sulle esportazioni: a marzo 2020 c’è stato un crollo rispetto al mese precedente di quasi il 17% e su base annua del 13,5%, con forti cadute verso Francia, Regno Unito, Spagna, Svizzera, Germania, mercati che complessivamente fanno quasi il 40% del nostro export complessivo.
Riecheggiano le parole dell’illustre storico economico Carlo Maria Cipolla (tra l’altro studioso degli effetti socio-economici della diffusione delle epidemie): “L’Italia è sempre stata povera di materie prime. Se voleva vivere con un buon tenore di vita doveva esportare”.
Rispetto alla peste manzoniana oggi la situazione è radicalmente diversa, ma il nostro paese rischia molto: siamo leader in quasi 1.000 nicchie globali di prodotti, ma sotto la punta dell’iceberg dei prodotti finiti si è consolidata una qualificata attività di sub-fornitura: negli ultimi tre anni l’export di beni intermedi, strumentali e di consumo durevoli è cresciuto di 10 punti percentuali, per lo più concentrati sui mercati dove le imprese erano già presenti, con un ruolo particolare per la Germania, divenuta vero e proprio hub di produzioni europee.
Già prima della pandemia il mercato tedesco era andato in affanno: quasi un 40% (con punte del 75 nel settore metallurgico e del 55% nella meccanica) di aziende ne vedevano tutte le problematicità; la situazione rischia di acuirsi per le prospettive di contrazione dell’economia tedesca.
Una recente indagine dell’Istat individua le interconnessioni tra i diversi segmenti produttivi in Italia e la trasmissione di shock dovuta a una riduzione delle esportazioni. Tra i settori con un effetto di trasmissione economica ampio, per quanto diluito nel tempo, rientra la filiera dei mezzi di trasporto, quella meccanica, l’elettrica e tutto il vasto comparto della metallurgia, con effetti del 60% circa e anche oltre.
In particolare l’automotive ha già perso nel 2019 l’8% delle vendite all’estero, specialmente verso i mercati tedesco, statunitense e cinese. A marzo la contrazione su base annua è di quasi il 41%, la più alta di tutti i settori, contro un valore medio del 13,5%.
Secondo l’Istat una diminuzione del 10% delle esportazioni di autoveicoli, accompagnata da una riduzione dell’export del 5% per ciascuno degli altri settori della filiera automotive, porterebbe a una caduta del valore aggiunto nel complesso delle filiere italiane di circa 14 miliardi di Euro, poco meno del 6% del valore aggiunto dell’intera manifattura italiana. Un brutto colpo!
Variazione di valore aggiunto per filiera (simulazione degli effetti di una riduzione del 10% nell’export del settore automobilistico e del 5% negli altri settori della filiera)

Istat – Rapporto sulla competitività dei settori produttivi 2020

Alla luce anche del dibattito di questi giorni sulla richiesta della più importante industria automobilistica di matrice italiana – non avente sede legale nel Paese – di usufruire di un mega prestito a condizioni agevolate, i numeri in gioco, e il rilievo che il settore assume a livello internazionale, inducono a riflettere se non sia il caso – non per l’emergenza Covid-19 ma per una questione di strategia-paese – di rilanciare una vera politica industriale su specifici settori, rifuggendo dal mito che, alla fine, sono le convenienze del mercato a decidere. Molti nostri competitor lo fanno da tempo, e soprattutto per un po’ il mercato non sarà in grado di funzionare.
L’emergenza economica indotta dal Covid-19 comporta una crisi globale simmetrica, ma le diverse risposte in termini di politiche rischiano di trasformarla – in assenza di definite policy industriali e di altri strumenti di orientamento strategico sui settori produttivi – in una crisi asimmetrica a spese del nostro Paese.
Si tratta – probabilmente – di una risposta di buon senso e per richiamare proprio i Promessi Sposi, e la celebre frase manzoniana: cerchiamo di evitare che il buon senso al riguardo (pur presente) se ne stia nascosto… per paura del “senso comune”!
di Gaetano Fausto Esposito
Segretario generale dell’Associazione delle Camere di commercio italiane all’estero e docente di Economia Politica all’Universitas mercatorum. E’ autore di numerosi saggi e volumi sui temi dell’economia finanziaria e dello sviluppo, dell’economia industriale e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. Attualmente si occupa del ruolo dei processi fiduciari nello sviluppo economico e di economia della sostenibilità istituzionale. Gestisce anche un blog sull’Huffington Post.

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