
Trappola del sottosviluppo. Questo termine indica la combinazione tra basso livello di pil pro-capite, bassa produttività e modesta occupazione, la cui permanenza nel tempo impedisce l’“aggancio” delle regioni meno sviluppate a quelle più sviluppate. La “trappola” mette in moto un circuito vizioso che si alimenta verso il basso.
Il recente “Rapporto sulla coesione in Europa verso il 2050” fornisce il quadro delle regioni europee. Negli ultimi venti anni diverse regioni dell’Europa nord-orientale a basso sviluppo hanno fatto consistenti progressi. E invece molte regioni a livello di sottosviluppo intermedio, con un pil pro-capite tra il 75% al 100% della media europea, hanno rilevato performances deludenti e tra queste le regioni che per oltre 15 anni manifestano performances particolarmente scarse si concentrano in Grecia e in Italia. La novità per quanto riguarda il nostro Paese è che anche diversi territori centro-settentrionali, con livelli di sviluppo superiori alla media europea, sono finiti recentemente nella “trappola”.
Perciò il problema dei divari di sviluppo, pur continuando ad avere una specificità Nord-sud e Nord-ovest/nord est è molto diffuso in Europa e da tempo assume una dimensione inedita, coinvolgendo, per quanto riguarda il nostro Paese, anche aree fuori dal Mezzogiorno.
Diversi fattori possono contrastare la “trappola”. Il primo è sicuramente l’innovazione, che si concentra territorialmente in poli ben definiti, spesso con forti connotazioni urbane, dando luogo ad economie di agglomerazione che possono alimentare fenomeni di esclusione territoriale, da ciò la necessità che le policy relative, pur ancorate a un solido frame nazionale e internazionale, abbiano una declinazione territoriale.
Il Regional Innovation Scoreboard misura il livello d’innovazione dei territori. Comparando i valori del 2016 con quelli del 2021 emerge lo scivolamento di diverse regioni classificate nel passato a “moderata innovazione” verso la categoria degli “innovatori emergenti” aventi un livello più modesto.
Per contro c’è stata ulteriore concentrazione geografica: nel 2016 i territori leader nell’innovazione concentravano il 70% della popolazione delle regioni europee più sviluppate, mentre oggi questa percentuale è salita all’86%. I processi di innovazione (nelle componenti del capitale tecnologico e di quello umano) sono quindi fortemente “place based”, e senza specifiche policy pubbliche di intervento rischiano di avvitare le spirali di sottosviluppo, polarizzando ulteriormente la crescita.
Ma le politiche di intervento non sono solo una questione di entità delle risorse, quanto anche di efficienza attuativa delle pubbliche amministrazioni. Un’analisi di Andres Rodriguez-Pose sottolinea che in diverse regioni europee gli investimenti in ricerca e sviluppo, pur di notevole entità, non riescono ad avere proporzionali effetti di sviluppo proprio a causa di un inadeguato sistema istituzionale.
Secondo la Svimez lo sforzo aggiuntivo della spesa in conto capitale richiesto alle Regioni e Comuni del Mezzogiorno nel periodo 2024-2025 sarà superiore di circa il 50% rispetto alla spesa media del triennio 2017-2019. Al di là della questione sulle modalità di elaborazione di alcuni bandi di gara, che sembrerebbero utilizzare parametri penalizzanti per le regioni meridionali, c’è il grande problema di efficienza e trasparenza delle amministrazioni pubbliche. Il Rapporto della Commissione europea riporta un indice di qualità della governance secondo cui la situazione al Sud è critica rispetto ad altre aree europee confrontabili.
E anche il resto del Paese non ne esce in modo particolarmente brillante! Allora? Per evitare la trappola del sottosviluppo servono policy local based per stimolare e far crescere l’innovazione, ma il loro effetto dipende dalla trasparenza e dall’efficienza delle amministrazioni nazionali e soprattutto locali, chiamate nel Mezzogiorno d’Italia a gestire tra PNRR e Fondi Strutturali Europei una massa molto ingente di risorse per lo sviluppo.
Una questione antica se fin dalla metà del 1700 Antonio Genovesi, scrivendo sulla situazione del Regno di Napoli evidenziava l’aspetto cruciale della fede pubblica e delle istituzioni: “perché dove non è fede, ivi non è né certezza dei contratti, né forza nessuna di leggi, né confidenza d’uomo a uomo”. E mancando tutto questo non ci può essere alcuno sviluppo, allora come oggi!
di Gaetano Fausto Esposito, Direttore Generale Centro Studi delle Camere di Commercio “Guglielmo Tagliacarne” e docente di Economia Politica all’Universitas mercatorum. Autore di numerosi saggi e volumi sui temi dell’economia finanziaria e dello sviluppo, dell’economia industriale e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. Attualmente si occupa del ruolo dei processi fiduciari nello sviluppo economico e di economia della sostenibilità istituzionale.



