mercoledì, Settembre 9, 2026
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Contro l’aumento dei prezzi della guerra, l’Europa non può seguire la “via americana”


“L’inflazione è ingiusta e la deflazione è inopportuna. Delle due forse la deflazione è […] la peggiore, perché è peggio, in un mondo impoverito, provocare la disoccupazione che deludere il rentier. Ma non è necessario che si debba pesare un male contro l’altro. È più facile concordare sul fatto che entrambi sono mali da evitare”. Così scriveva John Maynard Keynes nei suoi “Saggi sulla persuasione”. Queste parole sembrano descrivere la situazione degli ultimi mesi: siamo passati dal doverci preoccupare del problema della deflazione/stagnazione, con tassi di incremento dei prezzi addirittura negativi, ad una crescita dei prezzi molto sostenuta e soprattutto repentina.

Il detonatore è stato la guerra russo-ucraina, ma già da alcuni mesi registravamo un surriscaldamento del mercato delle materie prime conseguente alla ripresa mondiale successiva alla fase acuta della pandemia, forse superiore alle attese rispetto ai tempi di recupero originariamente stimati. Il Covid ha causato diverse strozzature nei circuiti di approvvigionamento delle materie prime, in particolare sul versante logistico, ed è indiscutibile che su questa situazione si è inserito un marcato processo speculativo. Poi è arrivata la guerra che ha agito sia sul versante delle prospettive di sviluppo, sia su quello dell’inflazione. Le recenti valutazioni dell’OCSE stimano per il 2022 un rallentamento della crescita mondiale di circa 1 punto, ma soprattutto un aumento dei prezzi intorno al 2,5%.

E del resto gli effetti della guerra sull’incremento dei prezzi delle materie prime sono molto evidenti. In particolare per l’approvvigionamento di fonti energetiche, che rappresentano un input di qualsiasi processo produttivo (laddove l’incremento dei prezzi di grano, fertilizzanti, nichel, palladio e altri gas inerti entrano in diversi processi produttivi ma evidentemente non in tutti). Con riferimento al gas, di cui in Italia siamo particolarmente tributari dalla Russia, c’è stato un incremento di prezzo dall’inizio del conflitto di circa il 40% e si tratta di un costo molto forte considerata la particolare composizione del nostro mix energetico, dove il gas naturale incide per il 42% del consumo di energia (cui si somma il 36% del petrolio), contro il 38% del Regno Unito, il 26% della Germania, il 23% della Spagna e il 17% della Francia.

Le ultime previsioni di Confindustria stimano che, per l’anno in corso, la bolletta energetica per l’industria arriverà fino a 51 miliardi 6,4 volte maggiore di quella del 2019, ma secondo altre stime l’incremento dei costi di produzione potrebbe arrivare addirittura a 70-80 miliardi. Questa situazione vale per il nostro Paese ma accomuna, sebbene con diversa intensità, buona parte dei paesi europei, al punto che a febbraio la crescita media dei prezzi al consumo dell’eurozona è stata del 5,9% e quella dell’Unione del 6,2%.

Resta il fatto che in Europa ed in particolare in Italia, l’aumento dei prezzi è sostanzialmente il frutto dei costi delle materie prime. Gli ultimi dati dell’Istat per il mese di febbraio indicano una crescita dei prezzi al consumo del 5,7% (quasi un punto in più rispetto a gennaio), ma la cosiddetta inflazione di fondo, al netto delle materie energetiche e degli alimentari freschi, è l’1,7% e quella che esclude i soli beni energetici arriva al 2,1%. Si tratta quindi di valori ancora sostanzialmente contenuti.

In Europa l’inflazione “core” si colloca al 2,7%. Molto diversa è la situazione degli Stati Uniti, dove da tempo la ripresa è più solida e diffusa di quella europea e soprattutto dove i rincari dei costi dell’energia sono molto più modesti, anche per effetto di un mix energetico più bilanciato. Da tempo negli USA c’è una crescita dei prezzi al consumo, che oggi è la più elevata negli ultimi quarant’anni (7,9%), alimentata dall’incremento della domanda di beni e servizi (che ha trainato un aumento del Pil del 5,5%, il maggiore degli ultimi 37 anni, facendo scendere il tasso di disoccupazione al 4%) al punto che nel Paese stelle e strisce l’inflazione di base in termini annuali è a circa il 6%, quasi tre volte il valore italiano e più di due volte il dato europeo. A fronte di questa situazione non stupisce che per evitare l’ulteriore surriscaldamento dell’economia statunitense la Federal Reserve americana abbia recentemente attuato un modesto aumento dei tassi d’interesse di 25 centesimi di punto, il primo rialzo dal 2018, che peraltro era atteso da tempo dai mercati. Probabilmente ne seguiranno altri.

Tuttavia, se sull’onda di questa decisione anche in Europa si allertassero le sirene del rialzo dei tassi di interesse si tratterebbe di un grave errore, perché qui l’aumento dei prezzi non viene dalla crescita della domanda di beni e servizi, ma appunto dall’aumento dei costi di origine esterna all’economia. La crisi dei prezzi va combattuta con altri strumenti, tra cui anche un accordo europeo sui prezzi massimi dell’energia e il miglioramento dell’informazione ai consumatori, perché qualora invece si attuasse una stretta monetaria si potrebbe avere in Europa uno scenario di vera e propria stagflazione, con la continuazione della crescita dei prezzi dovuta all’aumento dei costi delle materie prime e la riduzione della domanda dei beni causata dalla restrizione monetaria (che farebbe aumentare i tassi d’interesse): la situazione peggiore perché, ricordando le parole di Keynes, non solo non si eviterebbero i due mali ma… Si avrebbero tutti e due insieme.

di Gaetano Fausto Esposito, Direttore Generale Centro Studi delle Camere di Commercio “Guglielmo Tagliacarne” e docente di Economia Politica all’Universitas mercatorum. Autore di numerosi saggi e volumi sui temi dell’economia finanziaria e dello sviluppo, dell’economia industriale e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. Attualmente si occupa del ruolo dei processi fiduciari nello sviluppo economico e di economia della sostenibilità istituzionale.

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