
Basti pensare che tra il 2019 e il 2021 la ricchezza del top 0,001% è cresciuta del 14%, mentre la ricchezza media globale è aumentata solo dell’1%
Secondo Pierluigi Ciocca: “Negli ultimi due secoli, all’interno dei singoli paesi, la disuguaglianza è stata la complessa risultante di due forze. All’accresciuto rilievo del mercato e del profitto … si è in vario modo contrapposta la difesa sul piano istituzionale e politico dei redditi inferiori volta a limitare la loro ‘estrazione’ da parte delle classi agiate”.
L’esperienza storica ci dice che quando divengono preponderanti le forze del mercato e del profitto aumenta il divario nei redditi e nei patrimoni tra le persone. Secondo il World Inequality Report 2022 negli ultimi due decenni sono aumentate le disuguaglianze di reddito all’interno dei singoli paesi: la differenza tra le persone appartenenti alla categoria del 10% dei redditi più alti e quelle che invece appartengono al 50% dei redditi più bassi è passata da 8,5 volte a 15 volte. In particolare questa situazione si è originata a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, quando si è diffuso un approccio di forte valorizzazione del ruolo del mercato come strumento ritenuto più idoneo per far crescere il reddito e l’occupazione. Ma così non è stato, anzi questa enfasi ha contribuito ancora di più a far crescere i divari con riferimento alla ricchezza posseduta. A partire dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso il top 1% dei redditi più alti si è accaparrato ben il 38% degli incrementi della ricchezza, contro un misero 2% andato al 50% di quanti sono in fondo alla scala dei redditi, con un’ulteriore polarizzazione pure all’interno della categoria dei super ricchi multi-miliardari che ha incrementato ancora il suo peso negli ultimi due anni. Basti pensare che tra il 2019 e il 2021 la ricchezza del top 0,001% è cresciuta del 14%, mentre la ricchezza media globale è aumentata solo dell’1%. A questo processo si è accompagnato anche il depauperamento di posizione della classe media nel mondo occidentale, cui ha fatto riscontro la crescita della middle class nei paesi emergenti, in conseguenza dei più elevati tassi di sviluppo di queste realtà negli scorsi anni.
Gli anni del Covid-19 hanno causato un ulteriore ampliamento delle distanze, con preoccupanti effetti di tenuta sociale, che dipendono anche dalla composizione dei patrimoni. La ricchezza può essere detenuta dai privati e dal pubblico. La ricchezza pubblica può essere utilizzata anche per realizzare interventi di perequazione del reddito. Ebbene negli ultimi cinquanta anni il valore della ricchezza pubblica si è progressivamente ridotto e anzi, in molti paesi occidentali, c’è stato un decremento annuo del patrimonio pubblico. Gli interventi straordinari in deficit, resi necessari per evitare l’esplosione sociale dovuta alla pandemia, hanno ulteriormente contributo a diminuire il patrimonio pubblico e quindi, in prospettiva, una volta chiusa la fase emergenziale, rischiano di compromettere ulteriormente le possibilità degli Stati di realizzare adeguate politiche di redistribuzione del reddito per mitigare le crescenti diseguaglianze.
In assenza di specifiche iniziative questi divari sono destinati ad aumentare ulteriormente favorendo i top dei top. Ciò dipende da tanti fattori, tra i quali uno dei principali è rappresentato dalla composizione della ricchezza finanziaria di queste persone che è particolarmente focalizzata sul possesso di valori azionari rispetto ai beni immobili, una forma di risparmio proporzionalmente presente in misura maggiore tra chi ha redditi medi e medio-bassi. Se guardiamo alle performance borsistiche del 2021 vediamo che gli indici azionari, sia in Europa che negli Stati Uniti, hanno fatto registrare i valori record di sempre. Si tratta di un effetto derivante dall’enorme massa di liquidità che ha inondato i mercati per fronteggiare lo shock pandemico: se da un lato questa liquidità è servita per assicurare il finanziamento in deficit dei bilanci degli Stati, consentendo politiche emergenziali di sostegno ai redditi, dall’altro però si è tradotta in forte domanda di titoli, facendo lievitare i corsi azionari ed ha favorito la crescita dei patrimoni delle classi più agiate.
Senza radicali interventi nel 2070 la proiezione delle attuali tendenze porterebbe lo 0,1% della popolazione più ricca (oggi poco più di 5 milioni di persone) a possedere oltre un quarto dell’intero patrimonio mondiale, superando di lì a poco la quota di patrimonio detenuta dal 40% della popolazione mondiale a medio reddito, che oggi conta 2,1 miliardi di persone.
Ecco perché occorre rapidamente immaginare azioni raccordate a livello internazionale per favorire una riequilibrio, in previsione dell’auspicabile uscita dalla fase emergenziale e gli interventi devono prendere in seria considerazione la possibilità di colpire in misura differenziata anche i patrimoni, in particolare quelli di più cospicua entità, per consentire agli Stati di attenuare le enormi disparità affermatesi negli anni, bilanciando quelle forme di “estrazione dei redditi” delle classi meno agiate cui fa riferimento Pierluigi Ciocca.
di Gaetano Fausto Esposito, Direttore Generale Centro Studi delle Camere di Commercio “Guglielmo Tagliacarne” e docente di Economia Politica all’Universitas mercatorum. Autore di numerosi saggi e volumi sui temi dell’economia finanziaria e dello sviluppo, dell’economia industriale e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. Attualmente si occupa del ruolo dei processi fiduciari nello sviluppo economico e di economia della sostenibilità istituzionale.
