Accordo raggiunto tra Bruxelles e Washington: dal 1° agosto scatterà una tariffa doganale del 15% sulle esportazioni europee verso gli Stati Uniti. La premier Meloni: “Aiuti a settori più colpiti”
L’Unione Europea ha chiuso l’accordo con Washington. Dal 1° agosto, sulle merci esportate negli Stati Uniti si applicherà un dazio medio del 15%. Non è lo zero inizialmente auspicato, né il 10% su cui Bruxelles aveva tentato di convergere. Ma è abbastanza per evitare la guerra commerciale con il principale partner economico dell’Unione. Tokyo ha accettato la stessa aliquota pochi giorni fa. Per le imprese europee, italiane incluse, il colpo è sensibile ma non paralizzante. Il cambio forte del dollaro amplifica l’impatto, ma lo scenario peggiore – un 30% generalizzato in assenza di accordo – è stato evitato. Alcune stime parlano di un impatto sul Pil dell’Eurozona pari a -0,2 punti percentuali, che salgono a -0,3 per economie più esposte come Germania e Italia. Il dazio del 15% assorbe quelli precedenti e si applicherà alla gran parte delle categorie merceologiche. L’automotive, oggi colpito da un prelievo del 27,5%, beneficia di uno sconto netto – come già concesso al Giappone. Più incerta la posizione della farmaceutica, ancora oggetto di negoziazione. Per acciaio e alluminio resta in vigore la barriera del 50%, anche se in prospettiva si discute un possibile meccanismo.
Confcommercio: “Bene certezza e stabilità ma il costo è rilevante”
L’accordo commerciale tra USA e Ue costituisce – come ha commentato la Presidente von der Leyen – un fattore di “certezza in tempi incerti”. Bene, dunque, avere scongiurato la prospettiva di guerre commerciali tra le due sponde dell’Atlantico e – come evidenziato nella nota a firma congiunta del Presidente Meloni e dei Vicepresidenti Salvini e Tajani – l’avere garantito stabilità a “due sistemi economici e imprenditoriali fortemente interconnessi tra loro. Si tratta di un accordo complesso e che andrà valutato con attenzione, anzitutto per chiarire se la soglia dei dazi livellati al 15 per cento sulle merci europee esportate negli Stati Uniti sia ricomprensiva dei dazi preesistenti. Il “costo” dell’accordo è, comunque, rilevante. Oltre ai dazi, si prevedono, infatti, impegni europei ad acquisti di energia dagli USA per 750 miliardi di dollari, ad investimenti aggiuntivi negli Stati Uniti per 600 miliardi di dollari e ad importanti acquisti di sistemi di difesa. Mentre il compromesso in sede di G7 ha intanto esonerato le multinazionali con capogruppo negli USA dalla global minimum tax. Quanto all’Italia, prime stime segnalano, per il 2025, un impatto diretto dei dazi al 15 per cento a danno del nostro export ricompreso nell’ordine di 8/10 miliardi di euro: impatto cui bisogna aggiungere gli effetti della svalutazione del dollaro. Il tutto in uno scenario di incremento globale delle tariffe commerciali che rende ancora più complessa la ricerca di opportunità su altri mercati esteri, soprattutto per le PMI esportatrici. Dollaro debole e riduzione del reddito globale incideranno, inoltre, sul nostro turismo, la cui componente incoming (52 miliardi di euro nel 2023) costituisce una delle principali voci attive della bilancia italiana dei pagamenti. “Si tratta, ora, di reagire con determinazione, facendo leva sulle peculiari caratteristiche di qualità di tanta parte del nostro export e sulla sua conseguente maggiore resilienza rispetto alle variazioni dei prezzi, anche attraverso misure di sostegno. Inoltre, è davvero il momento di puntare sul rafforzamento della competitività e del mercato interno: in Europa, debito comune per il finanziamento di investimenti in beni pubblici europei (sicurezza, energia, reti infrastrutturali, intelligenza artificiale) e mobilitazione del risparmio anche attraverso l’Unione del mercato dei capitali; nel nostro Paese, compiuta messa a terra del PNRR, sostegno agli investimenti ed avanzamento del processo di riforma del sistema fiscale”.
Meloni: “Aiuti a settori più colpiti”
Bisognerà anche a livello nazionale e a livello europeo lavorare per aiutare quei settori che dovessero essere particolarmente coinvolti da questa decisione. È il lavoro che faremo ovviamente nelle prossime ore, anche parlando con le nostre associazioni degli imprenditori, col nostro mondo industriale”. Così la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in un punto stampa ad Addis Abeba parlando dell’intesa sui dazi al 15% tra Usa e Ue. La premier ha spiegato di non aver avuto ancora modo di sentire la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ma, ha aggiunto, “l’Italia e l’Europa adesso devono lavorare per definire tutti i dettagli, continuare a lavorare per ottenere un accordo che sia il migliore possibile. Dopodiché sedersi e interrogarsi su come si faccia a sostenere eventuali settori che dovessero essere particolarmente colpiti. Questo a livello nazionale, e credo che anche il livello europeo sia importante, non tanto e non solo in termini di aiuti verso quei settori che possono avere maggiori difficoltà, ma anche rispetto a quello che noi possiamo fare per noi stessi: il tema delle semplificazioni, quello del mercato unico. Insomma c’è tutto un lavoro su cui l’Unione Europea non può più perdere tempo, bisogna accelerare e cercare di compensare quelli che possono essere i possibili limiti”.
Vino, Uiv: peggiora il trend dell’export italiano
Peggiora il trend dell’export italiano di vino, che chiude il quadrimestre con un calo dei volumi del 3,7%, mentre anche i valori virano in negativo per la prima volta nel 2025 (-0,9%, a 2,5 miliardi di euro). Queste le le elaborazioni dell’ultimo Osservatorio Unione italiana vini (Uiv) sulla base dei dati Istat.
A pesare è soprattutto il gap sul mercato americano ad aprile, primo mese con i dazi al 10% (ma dal 2 all’8 aprile erano al 20%), che ha registrato una diminuzione del 7,5% a volume e del 9,3% a valore rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Per Uiv, oltre alla prevista inversione di rotta sul primo mercato al mondo, preoccupa nel complesso la performance dei Paesi extra-Ue (-7,4% a volume e -1,7% a valore), a fronte di un mercato comunitario piatto.
Secondo l’Osservatorio, con i dazi statunitensi, le tensioni in Russia, il progressivo declino della domanda cinese, il calo del potere di acquisto e dei consumi, il trend è destinato a peggiorare nella seconda parte dell’anno, anche per effetto della corsa alle scorte degli Usa, già iniziata nell’ultimo quarto, che ha dopato la performance del 2024.
Per Uiv, considerando anche le stime di maggio, l’export verso gli Usa continua a rallentare (-3,4% volume e -3% valore), mentre migliora leggermente la performance generale degli altri buyer extra-Ue.
Tra i Paesi buyer, nel primo quadrimestre gli Stati Uniti rimangono in territorio positivo pur dimezzando, in un mese, la propria crescita (+0,9 volume e +6,7% valore con 666 milioni di euro), mentre scendono i volumi esportati in Germania (-3,3%) e Regno Unito (-4,8%) rispettivamente seconda e terza piazza. A seguire, stabili Svizzera e Francia, con il Canada in buona crescita assieme a quella, più limitata, di Paesi Bassi e Belgio. Preoccupano infine i cali in doppia cifra a Est, con il Giappone e ancora una volta la Cina e il crollo della Russia (-65%). Per la prima volta dopo anni, anche gli spumanti vanno in luce rossa con perdite dell’1,1% a volume e dell’1,5% a valore, mentre i fermi/frizzanti in bottiglia cedono il 5,6% nei volumi e l’1% nei valori.
“Premesso che – ha spiegato il presidente Uiv, Lamberto Frescobaldi – il calo dei consumi penalizza non solo il vino tricolore ma quello di tutti i principali Paesi produttori, è oggi fondamentale prendere atto di come lo scenario della domanda sia mutato, una doccia fredda dopo anni di crescita e dopo l’accelerazione delle spedizioni di questi ultimi mesi. Per questo è quanto mai urgente considerare i fatti per quello che sono e adeguarsi, si spera temporaneamente, alle nuove condizioni di mercato, anche in questo senso i dazi statunitensi impongono un’accelerazione. Dobbiamo, e siamo in grado di farlo, salvaguardare un asset che con un attivo di 7,5 miliardi di euro è da tempo sul podio tra i comparti tricolori della bilancia commerciale con l’estero”.
Per il segretario generale Uiv, Paolo Castelletti, “sarebbe ingestibile la tariffa statunitense al 30%. Per il vino, che è il comparto maggiormente esposto tra le top 30 categorie merceologiche con un’incidenza del mercato Usa al 24% contro una media nazionale al 10,4%, il danno sarebbe esiziale. Non solo per le mancate vendite al primo buyer mondiale ma anche per gli effetti indiretti sul mercato interno e continentale: la merce invenduta determinerebbe un effetto saturazione sulle piazze tradizionali, con una conseguente depressione dei prezzi”.
“Ora bisogna chiudere la trattativa nel migliore dei modi e contestualmente lavorare sul futuro, dalla gestione di una produzione ormai anacronistica sul piano volumico fino all’abbattimento dei muri commerciali in aree del mondo a forte crescita potenziale”, ha concluso Castelletti.

