È il mercato bellezza! I salari aumentano, la Borsa crolla

È il mercato bellezza! Parafrasando Humprey Bogart nel celebre film “Quarto potere” di Orson Welles, sembra oramai che il riferimento al mercato sia divenuto guida esclusiva dei nostri comportamenti, il barometro di quanto avviene nella società!

Ma quale mercato e quale società?

Lascia di stucco l’interpretazione diffusa in questi giorni secondo cui l’aumento dei salari dei lavoratori negli Stati Uniti (un segnale che finalmente la ripresa sta lambendo anche chi vi partecipa con il proprio contributo) si accompagni a un mini-crollo di Wall Street perché… i mercati pensano che questo porterà a una più elevata inflazione, e conseguentemente a una stretta monetaria, con aumento dei tassi d’interesse.

Cosa strana… l’economia dovrebbe aiutare le persone a stare meglio (altrimenti veramente avrebbe ragione Thomas Carlyle che la definì “scienza triste”) e quando questo accade un “pezzo” della stessa economia reagisce in maniera opposta.

Ma chi tutelano i mercati e quali sono i mercati? Parafrasando Leonardo Becchetti possiamo dire che: “Il mercato siamo noi.. noi tutti che ogni giorno scambiamo beni e servizi, ma sempre più opinioni su quanto acquistiamo, vendiamo, viviamo…”.

Eppure negli ultimi anni i mercati sono stati sempre più identificati con quelli finanziari, e il termometro degli umori delle sensazioni e dei giudizi viene considera la Borsa (non tutte: quella di New York e di qualche altro paese) e i saliscendi degli andamenti azionari.

Ma la finanza non deve essere di supporto alla realtà? A quella che chiamiamo l’economia reale?

Al di là delle effettive interpretazioni di causa ed effetto tra le grandezze macroeconomiche e ai rarefatti modelli econometrici, lascia veramente stupiti come un aumento del livello dei salari negli Usa (che peraltro in questi anni non sono particolarmente cresciuti e comunque sono ancora inferiori rispetto a quelli del 2008, specialmente per chi lavora nell’industria e in buona parte dei servizi non finanziari), possa essere interpretabile dal punto di vista della società come un segnale negativo.

Ma proprio questo episodio, e la lettura che ne viene fornita sulla stampa internazionale, aiuta a comprendere il livello di distorsione cui ha portato l’enfasi neo-liberista di un capitalismo finanziario.

Il mercato non è visto come punto d’incontro di persone, di gusti e di tendenze, luogo virtuale su cui si confrontano le diverse preferenze e dal quale trarre orientamenti di consumo e anche di risparmio. Insomma un mercato come sintesi di vita vissuta e di orientamento per le scelte future.

Diviene invece la metafora della speculazione finanziaria, è tutto orientato sulle scelte di brevissimo termine (il vituperato quanto praticato shortermismo) caratterizzate da respiro cortissimo, attente a come girano i capital gain piuttosto che a cosa fa vero sviluppo e crescita del business.

È questa la globalizzazione che vogliamo? Certamente no! Anche perché così si alimenta l’economia dell’1% dei più ricchi – dietro il comodo schermo del “questo ci dicono i mercati” – che finisce per ampliare le già enormi diseguaglianze a livello mondiale.

Recentemente Rob Kapito, co-fondatore e presidente di Black Rock (il principale fondo di investimento mondiale) ha rilanciato il primato dell’economia reale su quella finanziaria. Una buona cosa soprattutto se… sarà seguito da comportamenti coerenti.

Qui entra in gioco anche la responsabilità vera dei banchieri centrali. Non spetta a loro dare le nuove regole di un capitalismo attento agli aspetti reali, ma purtroppo non possiamo ignorare che alla fine sono stati loro a guidare l’uscita dalla crisi (così come qualcuno di loro ha alimentato la grande bolla dei sub-prime che l’ha scatenata).

E sotto molti versi fa piacere che uno dei più autorevoli, come Mario Draghi, pur dinanzi a un processo di crescita che si sta irrobustendo in Europa, stia resistendo alle spinte di quanti vorrebbero un ritorno alla ortodossia nella conduzione della politica monetaria, a quelle belle e semplici regolette che secondo i più ferventi economisti neo-liberisti sono alla base di percorsi automatici di aggiustamento.

Non possiamo delegare a banchieri centrali più o meno “illuminati” responsabilità che riguardano tutti noi. E dinanzi all’affermazione di una concezione di mercato frutto di paradigmi spersonalizzati e tecnico-finanziari, dobbiamo impegnarci (ciascuno nel proprio ambito) perché invece ci sia un mercato come ambito d’interazione di persone vere, con il proprio portato di umanità e anche di desideri e di passioni.

Un mercato frutto (e a sua volta garanzia) di una libertà di fare e di avere iniziativa, come concepito dai primi veri padri del liberalismo mondiale (pensiamo soprattutto a Friedrich von Hayek, ma anche Luigi Einaudi da noi).

Solo così potremo dire che il mercato è “una bellezza!” e non una sovrastruttura che condiziona i comportamenti di tutti secondo la volontà di pochi.

di Gaetano Fausto Esposito – Segretario Generale di Assocamerestero

Gaetano Fausto Esposito, economista si occupa di analisi economica e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. È autore di numerosi saggi sui temi che riguardano i regimi capitalistici, l’economia finanziaria e dello sviluppo, l’economia industriale, l’analisi economico-territoriale e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. Già direttore dell’Area Studi e ricerche dell’Istituto Guglielmo Tagliacarne, componente dell’Unità di valutazione degli investimenti pubblici e docente di Economia applicata in diversi Atenei, attualmente insegna presso l’Università telematica Universitas mercatorum ed è Segretario Generale di Assocamerestero (l’Associazione delle Camere di Commercio Italiane all’Estero).