venerdì, Settembre 25, 2026
Home Unioncamere Istituto Tagliacarne Il Made in Italy cambia pelle: chi traina oggi l’export italiano? di...

Il Made in Italy cambia pelle: chi traina oggi l’export italiano? di Gaetano Fausto Esposito

0
5

Alla fine degli anni Novanta Giacomo Becattini, l’economista dei distretti industriali, si chiedeva come “lo sviluppo e il successo del made in Italy si intrecciano col tessuto produttivo dei distretti industriali italiani”. A quasi trent’anni di distanza, quella domanda conserva tutta la sua attualità, ma va forse riformulata: quale rapporto esiste oggi tra il successo del Made in Italy, i territori e un export sempre più concentrato nelle grandi imprese e nelle multinazionali.

Lo scorso anno abbiamo esportato beni per oltre 640 miliardi di euro, con una crescita del 3,3% rispetto all’anno precedente e quest’anno si potrebbe arrivare anche a 670 miliardi.
Un risultato significativo, soprattutto se letto alla luce di un contesto internazionale segnato da tensioni geopolitiche, dazi, restrizioni al commercio e forte incertezza. Il Made in Italy perciò continua a rappresentare uno dei motori dell’economia italiana. Ma dietro la tenuta dell’export si sta verificando una trasformazione che riguarda non soltanto ciò che vendiamo nel mondo, ma anche, e forse soprattutto, chi riesce a farlo.

Il tradizionale racconto del Made in Italy è infatti strettamente legato a un sistema produttivo diffuso, fatto di piccole e medie imprese, distretti e specializzazioni territoriali capaci di raggiungere i mercati di tutto il mondo. Quel modello continua ad avere un ruolo importante, ma i numeri mostrano come l’export italiano sia oggi molto più concentrato di quanto una tradizionale rappresentazione lasci immaginare.

Le imprese esportatrici sono poco più di 126 mila, ma soltanto 82 mila hanno venduto all’estero continuativamente negli ultimi tre anni. Ed è proprio a queste imprese che si riconduce la quasi totalità delle esportazioni nazionali. Restano circa 44 mila aziende, generalmente di dimensioni più piccole, che si affacciano sui mercati internazionali soltanto in maniera saltuaria.

È il segnale di una progressiva selezione degli esportatori e di una crescente distanza tra chi riesce a trasformare l’internazionalizzazione in una componente strutturale della propria attività e chi, invece, mantiene con i mercati esteri un rapporto occasionale.

Ma è soprattutto guardando alla dimensione e alla natura delle imprese che emerge uno dei cambiamenti più interessanti. Le multinazionali sono oltre il 20% delle imprese che esportano con continuità, ma generano ben il 65% dell’export italiano. Un dato che pone una questione centrale per comprendere come sta cambiando il Made in Italy: quale ruolo stanno assumendo le grandi imprese e, in particolare, le multinazionali nella capacità del Paese di competere sui mercati internazionali?

media_alt

La domanda diventa ancora più rilevante considerando che una parte significativa di questi operatori è di proprietà estera. Nel 2025 le esportazioni delle multinazionali a controllo estero sono cresciute del 3%, contro l’1,7% registrato dalle multinazionali italiane. Il punto non è contrapporre imprese nazionali e imprese estere, quanto comprendere la trasformazione del modello produttivo. Una quota crescente della nostra capacità esportativa passa infatti attraverso grandi gruppi internazionali che hanno scelto di localizzare nel Paese attività produttive e che dall’Italia servono i mercati globali.

Questo fenomeno si intreccia con un secondo cambiamento: quello della composizione settoriale delle esportazioni. Quando si parla di Made in Italy si pensa generalmente ai settori del “bello e buono”: moda, design, arredamento, agroalimentare. Ma il Made in Italy è da sempre anche meccanica e automazione, comparti meno visibili al consumatore finale, ma decisivi per i conti con l’estero. Basti pensare che da soli registrano un saldo commerciale positivo superiore a 57 miliardi di euro, sufficiente a compensare il deficit energetico italiano.

Eppure, nell’ultimo decennio anche la meccanica ha progressivamente ridotto il proprio peso sul totale delle esportazioni. Nel 2015 il Made in Italy tradizionale (incluso automotive) rappresentava circa il 67% dell’export italiano; oggi siamo intorno al 62%. In questo quadro, mentre l’alimentare ha guadagnato circa due punti percentuali, il cambiamento più rilevante è rappresentato dalla farmaceutica. Nel 2015 valeva meno del 5% delle esportazioni italiane, mentre oggi sfiora l’11%. Non è cambiato soltanto il suo peso.

Dieci anni fa il saldo commerciale del settore era negativo, 2025 c’è un avanzo con l’estero di 11,3 miliardi di euro. Ed è proprio qui che le due trasformazioni – quella settoriale e quella relativa alla struttura delle imprese esportatrici – finiscono per incontrarsi. La forte crescita della farmaceutica è infatti largamente riconducibile all’attività delle multinazionali, comprese quelle a controllo estero.

Il Made in Italy sta quindi cambiando pelle: ai settori che ne hanno storicamente definito l’identità si affiancano produzioni a maggiore contenuto tecnologico, nelle quali il peso delle imprese più piccole è più limitato e quello dei grandi operatori internazionali decisamente più forte. Non si tratta necessariamente di sostituire un modello con un altro, quanto piuttosto di comprendere come questi due mondi possano convivere e, soprattutto, interagire.

La presenza di grandi gruppi e multinazionali può infatti rappresentare un fattore di rafforzamento del sistema produttivo se riesce ad attivare filiere, fornitori, competenze e investimenti nei territori in cui opera. Al tempo stesso, la crescente concentrazione dell’export solleva il tema della capacità delle imprese più piccole di partecipare alle nuove catene globali del valore e di accedere stabilmente ai mercati internazionali.

È probabilmente questa una delle questioni decisive per il futuro del Made in Italy. Il dato positivo, e in crescita, dell’export racconta la capacità dell’Italia di continuare a competere nel mondo, ma sotto quel numero sta emergendo una struttura diversa rispetto al passato: più concentrata, più tecnologica e con un ruolo crescente delle grandi imprese e delle multinazionali.

La sfida sarà capire quanto questa trasformazione riuscirà a diventare un motore di sviluppo per l’intero sistema produttivo, facendo della presenza dei grandi operatori internazionali non un elemento separato dal Made in Italy dei distretti, ma una leva capace di rafforzarne filiere, territori e imprese.

Translate