Il “Rapporto Italia generativa 2024”, realizzato da un gruppo di ricerca guidato da Mauro Magatti in collaborazione con Unioncamere, mette in risalto aspetti di reale novità spesso negletti nel racconto del Paese e delle sue imprese. I dati e i racconti aziendali contenuti nel Rapporto sono effettivamente qualche cosa di nuovo nel panorama narrativo che viene ritagliato addosso al sistema produttivo italiano.
Per esempio: l’uso dell’arte in azienda per fecondare innovazione tecnologica. Oppure la compresenza nell’azienda di personale di diverse generazioni, fino a quattro-cinque, per far nascere dal mix di esperienze e approcci, una potenziata capacità di lettura dei bisogni dei clienti. Oppure l’uso della settimana corta di quattro giorni, in modo quasi paradossale proprio per tenere vivo il clima di comunità all’interno. O ancora, la messa a disposizione di abitazioni, con un canone equo, per venire incontro ai bisogni dei nuovi assunti. Quello che emerge, insomma, è che c’è in molte imprese qualche aspetto, anche un solo particolare, che innova e che apre al futuro.
E dal Rapporto viene fuori anche un altro fattore, legato alla spinta imprenditorialità e, cioè, il fatto che la riduzione del desiderio di imprenditorialità da parte dei giovani (ormai costante negli ultimi anni) dipenda non solo dalle difficoltà oggettive (burocrazia e accesso alle risorse finanziarie, per citarne due tra le più significative), ma anche da spinte motivazionali diverse rispetto al passato. Le risposte fanno emergere fenomeni qualitativamente significativi. Potrei sintetizzare così il loro contenuto: “metto su un’ impresa non solo per rispondere ad un bisogno di reddito, ma perché desidero rispondere ad una esigenza di soddisfazione più ampia, di riconoscimento nel contesto in cui opero, di responsabilità verso di esso”.
Il terreno è fertile: il 48% dei giovani preferisce l’autonomia lavorativa rispetto al lavoro dipendente, una percentuale significativa se confrontata con quella dei coetanei francesi (33%) e tedeschi (38%). Per sostenere ancora di più tale spinta imprenditoriale generativa, però, non è sufficiente rimuovere le criticità, bisogna ritrovare e alimentare queste spinte ideali.
Il filosofo coreano naturalizzato tedesco Byung-Chul Han, ha detto che il nuovo è porre in essere qualcosa che prima non c’era, è far nascere, e che la nascita è la chiave di lettura della speranza. Ed è così, in un momento in cui anche solo i dati demografici ci indurrebbero al pessimismo.
Giuseppe Tripoli, Segretario generale di Unioncamere
Rapporto Italia Generativa 2024: quale futuro per l’intrapresa italiana?

