C’è un equivoco che accompagna da decenni la storia dell’Inno nazionale. L’idea che l’Assemblea Costituente non abbia voluto riconoscere il Canto degli Italiani, quasi che i Padri della Repubblica avessero nutrito una qualche diffidenza verso Mameli e il suo canto patriottico.
La presentazione avvenuta oggi nella Sala Koch del Senato del disegno di legge costituzionale che propone di inserire l’Inno nell’articolo 12 della Costituzione dimostra quanto la questione sia tutt’altro che archivistica.
Attorno a questa proposta si sono ritrovati esponenti delle istituzioni, del mondo accademico e della società civile, a conferma del carattere trasversale dell’iniziativa.
Un confronto che ha visto tra i protagonisti Susanna Donatella Campione, promotrice del disegno di legge, Luciano Violante, Presidente emerito della Camera dei Deputati, Giulio Terzi di Sant’Agata, Presidente della Commissione Politiche dell’Unione Europea del Senato, il Presidente della Fondazione Insigniti OMRI Francesco Tagliente.
I Costituenti non respinsero l’Inno. Semplicemente non lo inserirono nella Carta. E tra le due cose c’è una differenza sostanziale.
Nel 1948 l’Italia era una Repubblica appena nata. Doveva ricostruire le proprie istituzioni, sanare le ferite della guerra civile, prendere le distanze da vent’anni di dittatura e restituire credibilità allo Stato democratico. In quel contesto la Costituzione scelse la sobrietà. Pochi simboli, essenziali. La bandiera. Le istituzioni. I diritti e i doveri dei cittadini.
Il Tricolore era già un patrimonio condiviso. L’Inno, pur largamente diffuso, non aveva ancora completato il proprio percorso istituzionale. Per questo non entrò nella Carta.
Naturalmente il dibattito ci fu. E come spesso accade nella storia italiana, fu influenzato dal peso del passato. Girolamo Li Causi, dirigente comunista e protagonista dell’antifascismo, espresse riserve sul celebre verso «I bimbi d’Italia si chiaman Balilla». Non perché contestasse Mameli, ma perché il termine “Balilla” era stato associato dal fascismo alla propria organizzazione giovanile.
È facile oggi giudicare quella preoccupazione e considerarla eccessiva. Ma bisogna ricordare chi era Li Causi. Un uomo che aveva conosciuto il carcere e il confino. Che aveva pagato personalmente il prezzo della dittatura. Per una generazione come la sua, ogni possibile richiamo simbolico al regime appariva insopportabile.
Eppure la storia dimostra che quella discussione non fu decisiva. Anche perché il Balilla evocato da Mameli non aveva nulla a che fare con il fascismo. Era il ragazzo genovese che la tradizione indica come protagonista della rivolta popolare contro gli austriaci nel 1746. Semmai fu il fascismo ad appropriarsi di un simbolo patriottico precedente.
La vera ragione dell’assenza dell’Inno dalla Costituzione fu un’altra. I Costituenti preferirono non trasformare in norma costituzionale una materia che ritenevano ancora in evoluzione. Una scelta prudente, non una scelta contraria.
Lo dimostra ciò che accadde dopo.
Il Canto degli Italiani è diventato l’Inno della Repubblica senza bisogno di una consacrazione costituzionale. Lo è diventato nella vita reale del Paese. Nelle scuole. Nelle caserme. Nelle celebrazioni pubbliche. Nelle piazze. Negli stadi. Molto prima delle leggi, è stata la comunità nazionale a riconoscerlo come proprio simbolo.
È una lezione interessante. Siamo abituati a pensare che siano le istituzioni a creare i simboli. Spesso accade il contrario. Prima nasce un sentimento collettivo, poi arriva il riconoscimento formale.
Quando il Parlamento ha approvato nel 2017 la legge che riconosce ufficialmente il Canto degli Italiani come Inno nazionale, non ha inventato nulla. Ha semplicemente certificato una realtà esistente.
Per questa ragione la proposta di modifica costituzionale oggi in discussione merita di essere letta senza forzature ideologiche. Non è una battaglia di destra o di sinistra. Non è una rivincita postuma sui Costituenti. Non è nemmeno una questione simbolica minore, come qualcuno sostiene.
È una riflessione sul rapporto tra la Repubblica e la propria storia.
Negli ultimi anni la Costituzione è stata aggiornata per riconoscere principi che nel 1948 non avevano ancora assunto la forma che conosciamo oggi. È accaduto con l’ambiente. È accaduto con lo sport. Nessuno ha sostenuto che quelle modifiche tradissero lo spirito dei Costituenti. Al contrario, sono state interpretate come un adattamento della Carta all’evoluzione della società.
Lo stesso ragionamento può valere per l’Inno.
Del resto, il Tricolore e il Canto degli Italiani hanno ormai un destino comune. Accompagnano insieme le cerimonie della Repubblica. Insieme rappresentano l’Italia nelle missioni internazionali, negli eventi sportivi, nei momenti di lutto e in quelli di festa. Separarli sul piano costituzionale appare oggi meno naturale di quanto non fosse nel 1948.
Naturalmente una modifica della Costituzione non renderà gli italiani più patriottici. Le identità collettive non si costruiscono per decreto. Ma i simboli hanno una funzione importante: ricordano ciò che unisce una comunità al di là delle sue divisioni.
E forse è proprio questo il punto. In un tempo in cui l’Italia appare spesso attraversata da conflitti politici permanenti, da appartenenze frammentate e da memorie contrapposte, il riconoscimento costituzionale dell’Inno potrebbe assumere un significato che va oltre la tecnica giuridica.
Non servirebbe a riscrivere la storia. Servirebbe a riconoscere una storia già scritta.
La Costituente non bocciò Mameli. Lasciò aperta una strada. Oggi il Parlamento discute se percorrerla fino in fondo. Dopo quasi ottant’anni di vita repubblicana, non sarebbe una smentita dei Padri Costituenti. Potrebbe essere, semplicemente, il completamento della loro opera.
