Investire sulla produttività del lavoro di Gaetano Fausto Esposito

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Se non si accompagna l’investimento materiale con una crescita di capacità organizzativa e manageriale, anche lo sforzo per aumentare l’adozione di nuove tecnologie non risolverà il problema

Se per l’economista Elhanan Helpmann la crescita economica è un mistero non c’è dubbio che la produttività del lavoro, ossia il rapporto tra prodotto realizzato e impiego il lavoro, è il cuore di questo mistero. 

Fin da quando negli anni Cinquanta del secolo scorso il premio Nobel per l’economia Robert Solow elaborò la sua teoria della crescita (esogena) c’è stato un diluvio di contributi per cercare di capire quali siano le determinanti della produttività e come interagiscano tra di loro per sostenere lo sviluppo del reddito.

Questo vale per tutti i paesi, ma in particolar modo per l’Italia che da tanto tempo accumula ritardi al riguardo.

È un aspetto che dipende dalla contrazione degli investimenti? Negli ultimi anni l’aumento degli investimenti delle imprese italiane è stato superiore alla media europea, da noi nel 2023 sono cresciuti del 21% rispetto al periodo pre-pandemia, superando nettamente la media UE (4,5%). Siamo in linea con la Francia (+22,8%), superiamo la Germania (+15,7%) e la Spagna (-0,9%).

Certo non si tratta di un processo diffuso in tutto il sistema produttivo perchè è guidato dalle imprese di grandi dimensioni, specialmente da quelle con più di 500 occupati, le aziende più piccole fanno invece registrare andamenti molto ridotti quando non vera e propria contrazione.

Comunque la dinamica degli investimenti è aumentata, per quanto esistano ancora spazi da colmare, almeno a livello macroeconomico, in termini di incidenza sul Pil rispetto alla media europea.

La produttività del lavoro può essere influenzata anche dalla diversa composizione settoriale di una economia, perché la combinazione tra settori più performanti e altri meno può influire sulla dinamica delle grandezze complessive. Si tratta di un aspetto che, soprattutto del passato, è stato richiamato per spiegare l’andamento stagnante della nostra produttività. Tuttavia, secondo una recente analisi di Rosalia Greco economista della Banca d’Italia, anche questo aspetto non è in grado di dare una spiegazione al riguardo perchè la composizione settoriale non sembra penalizzare sostanzialmente il nostro paese, ad esempio nel periodo 2014-2019 la crescita cumulata degli investimenti è stata di circa il 4% in Germania contro il 3,7% dell’Italia stimato sulla base di una struttura produttiva equivalente.

Il mistero si infittisce e appare sempre più riduttivo attribuire questo gap soltanto a un insufficiente tasso d’innovazione tecnologica, inteso come un aspetto esterno rispetto ai comportamenti delle imprese.

Si affaccia allora un’altra ipotesi, che riguarda non solo il complesso di condizioni di contorno all’attività produttiva in senso stretto, ossia le cosiddette diseconomie esterne all’impresa, ma le caratteristiche di altre attività diverse dagli asset materiali.

Si tratta di quelle che vengono definite attività intangibili, ossia del complesso di fattori immateriali che aumentano la competitività di una impresa ed in particolare, oltre che della ricerca e sviluppo e della proprietà industriale che alimentano l’innovazione tecnologica, del capitale umano e del capitale organizzativo (ossia nei processi e pratiche di gestione dell’azienda).

In Italia negli ultimi venti anni lo stock complessivo di questi asset è cresciuto di circa il 50%, ma ancora oggi siamo al disotto di Francia e Germania, nell’industria da noi facciamo il 24% del totale investimenti mentre in Francia incidono per il 47% e in Germania sono al 43%.

Circa quaranta anni fa Giorgio Fuà, uno dei grandi economisti italiani, nel valutare il ritardo di sviluppo di alcuni paesi dell’OCSE, individuava una delle principali cause nella carenza della capacità organizzativa e imprenditoriale: “(essa) merita una speciale attenzione, perché nella maggior parte dei casi concreti rappresenta probabilmente la strozzatura decisiva per la crescita della capacità produttiva e perché partendo da essa si riescono a spiegare le peculiarità del dualismo riscontrato nei Paesi a Sviluppo Recente”.

L’economista anconetano poneva quindi grande attenzione al ruolo dell’innovazione nell’organizzazione produttiva insieme a quello della crescita del capitale umano.

E infatti analisi condotte dall’Istituto Tagliacarne ci dicono che le imprese che fanno investimenti in capitale organizzativo hanno una produttività del lavoro del 16% maggiore rispetto a quelle che non intervengono su questo fattore e l’investimento in capitale umano concorre non solo ad aumentare del 12% la produttività del lavoro ma dà anche un contributo indiretto di circa 1/4 nell’incrementare l’effetto degli altri asset intangibili.

Per fare luce su di un “mistero” occorre raccogliere gli indizi e a questo proposito è possibile che il modesto impatto sulla crescita della produttività del lavoro di un (sostenuto) processo di investimento possa essere attribuito alla difficoltà di accompagnare l’incremento dei beni capitali con una adeguata dose di investimento in capitale umano e soprattutto di innovazione organizzativa (oltre che tecnologica).

Il punto è che però gli asset immateriali, e soprattutto il capitale umano e gli investimenti di ordine organizzativo, richiedono tempi medio/lunghi per dare effetti e sono di più difficile finanziamento soprattutto da parte degli intermediari bancari.

Ma se non si riesce ad accompagnare l’investimento materiale con una forte crescita di capacità organizzativa e imprenditoriale/manageriale, che hanno il ruolo di fattori abilitanti per questa crescita, c’è il concreto rischio che anche lo sforzo per aumentare l’adozione di nuove tecnologie non potrà rimuovere il problema fondamentale della modesta crescita della produttività del lavoro, lasciando irrisolto il rebus dello sviluppo.

Gaetano Fausto Esposito, Direttore Generale Centro Studi delle Camere di Commercio “Guglielmo Tagliacarne” e docente di Economia Politica all’Universitas mercatorum. Autore di numerosi saggi e volumi sui temi dell’economia finanziaria e dello sviluppo, dell’economia industriale e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. Attualmente si occupa del ruolo dei processi fiduciari nello sviluppo economico e di economia della sostenibilità istituzionale.