L’Italia conquista un traguardo storico nel commercio internazionale: ha ufficialmente superato il Giappone, diventando il quarto esportatore mondiale dopo Cina, Stati Uniti e Germania. A certificarlo è l’OCSE, che il 21 novembre ha comunicato come, nel terzo trimestre del 2025, le esportazioni italiane – espresse in dollari correnti e corrette per la stagionalità – abbiano oltrepassato quelle dell’arcipelago giapponese. Un risultato ancora più significativo se si considera che, appena dieci anni fa, l’Italia occupava la settima posizione.
Il sorpasso consolida il ruolo del Paese come grande potenza esportatrice europea, seconda solo alla Germania. Oggi l’export rappresenta circa il 40% del PIL italiano, un dato che racconta molto più di qualunque indicatore macroeconomico tradizionale. Se deficit e debito continuano a caratterizzare il quadro della finanza pubblica, la bilancia commerciale mostra una solidità strutturale, con un surplus di 54,9 miliardi di euro nel 2024. Già lo scorso anno l’OMC aveva riconosciuto il primato italiano sul Giappone, nonostante quest’ultimo disponga di una popolazione in età lavorativa tre volte superiore: un risultato che l’OCSE ha ora definitivamente confermato.
Alla base di questa performance non vi è un modello fondato su grandi conglomerati industriali o sulla produzione di massa. La forza dell’Italia risiede in una rete diffusa e altamente specializzata di 26.860 “multinazionali tascabili”, imprese con 50-2.000 dipendenti inserite in 160 distretti produttivi. Queste PMI ad alte prestazioni rappresentano i pilastri invisibili dell’economia europea, fornendo componentistica strategica tanto ai marchi del lusso francesi quanto all’industria automobilistica tedesca.
Un ulteriore elemento distintivo è la diversificazione record dell’export italiano. L’Italia esporta la più ampia varietà di prodotti verso il maggior numero di destinazioni: i primi 100 prodotti incidono solo per il 40% sul totale delle vendite estere. Un dato che contrasta con economie come quella francese, dove i primi prodotti valgono oltre il 50%, o con la Corea del Sud, fortemente concentrata su pochi settori chiave. Un riconoscimento significativo, anche perché proveniente da un quotidiano francese tradizionalmente poco indulgente verso la Penisola.
Le valutazioni positive trovano conferma anche nei più recenti report Istat, che delineano un quadro incoraggiante per l’anno in corso. Secondo le stime, nel 2026 l’export del Made in Italy crescerà dell’1,6%, il doppio rispetto all’aumento previsto del PIL (+0,8%). Una crescita che, tuttavia, potrebbe essere disomogenea: farmaceutica e agroalimentare continueranno a trainare, mentre la meccanica mostrerà segnali di rallentamento e moda e automotive rischiano un altro anno complesso.
Proprio l’agrifood si conferma uno dei motori più robusti del sistema export. Nel 2025 le vendite all’estero del settore hanno raggiunto un record storico di 73 miliardi di euro, con un incremento del 5% rispetto al 2024. Vino, pasta, prodotti trasformati – in particolare il lattiero-caseario – e ortofrutta guidano la crescita. Le performance migliori si registrano in Germania (+7%), Francia (+6%), Spagna (+15%) e Regno Unito (+3%). Negli Stati Uniti, invece, i dazi introdotti dall’amministrazione Trump hanno rallentato la penetrazione (-2%), senza però produrre gli effetti dirompenti temuti nei mesi precedenti.
Il sorpasso sul Giappone non è dunque un episodio congiunturale, ma il risultato di un modello produttivo resiliente, fondato su qualità, specializzazione, capacità di adattamento e forte radicamento territoriale. Un modello che conferma come il Made in Italy, più che una semplice etichetta, sia oggi una leva strategica di competitività globale.

