Cambiando il senso delle politiche tariffarie, e usandole come strumento di pressione “politica”, si finisce per scardinare l’edificio multilaterale che è stato alla base dell’ordine internazionale a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale
Nel 1791 Alexander Hamilton, primo Segretario al Tesoro dei neonati Stati Uniti d’America, nel “Rapporto sulle manifatture”, esponeva il suo approccio per lo sviluppo dell’industria americana attraverso un complesso di azioni in cui rientrava la politica dei dazi per la protezione delle “industrie nascenti”, che per affermarsi avevano bisogno di una protezione dalla concorrenza estera. Primo esempio quindi della politica tariffaria come strumento di una politica industriale secondo un disegno organico.
In Germania diversi anni dopo Friederich List teorizzò l’importanza della politica daziaria come uno elemento transitorio per contribuire alla costruzione di una potenza economica, in attesa poi di riattivare un regime di libero scambio. La questione non è tanto se sono ammissibili dazi e politiche protezionistiche, perché anche John Maynard Keynes aveva una posizione pragmatica al riguardo, considerandoli opportuni quando occorreva spingere l’occupazione e riequilibrare i conti con l’estero, ma le motivazioni che li giustificano.
Le applicazioni più recenti ci dicono che lo strumento tariffario si è trasformato da leva di politica industriale in elemento di intimidazione geoeconomica, nelle mani di paesi che per circostanze di vario tipo, anche perché sono grossi importatori, possono esercitarli come minaccia per le più diverse finalità.
È quanto sta accadendo con la politica del neo-presidente americano: come ha notato il Premio Nobel per l’economia Paul Krugman, le leggi sul commercio degli Stati Uniti concedono discrezionalità nel definire i dazi in casi ben precisi connessi alle dinamiche economiche (come competizione sleale, sicurezza nazionale, politiche di dumping sottocosto) ma è molto discutibile che negli USA ci sia oggi una emergenza di questo tipo con una inflazione del 2,6 % e un tasso di disoccupazione al 4,1%.
Qui invece assistiamo a forme di pressione, anche verso paesi amici, per ottenere specifiche concessioni (dall’emigrazione, alla lotta agli stupefacenti). Perché è sicuramente vero che diversi paesi hanno saldi molto elevati nel commercio bilaterale con gli Usa, ma al contempo questo surplus ha come contraltare l’afflusso di notevoli capitali che alimentano lo sviluppo dell’economia a stelle e strisce (che ha un tasso di risparmio del 3,8% mai così basso dagli anni Sessanta). Una economia che al contempo ha fortissimi surplus nei servizi, di quasi 290 miliardi di dollari di cui 120 miliardi nei confronti della sola Unione europea.
Il passaggio da una logica economica a una geopolitica nella politica tariffaria crea un clima di forte incertezza a livello internazionale (testimoniato dall’innalzamento degli indici di incertezza sulle politiche commerciali), perché fa saltare le determinanti di convenienza economica, trasformando il commercio mondiale in una sorta di arena i cui risultati sono influenzati da un gioco di contrattazioni e di negoziazioni bilaterali ancorato a precise contropartite. Nel caso degli Usa gli osservatori internazionali stimano perdite economiche più o meno rilevanti derivanti dai dazi all’importazione, da un terzo di punto di PIL a quasi un punto, ma soprattutto un forte peggioramento della situazione delle famiglie, con perdite di potere di acquisto reale della classe media di oltre il 4%, a fronte di guadagni di quella che si trova al top 1% dei redditi. Un contraccolpo importante se letto con le normali lenti economiche.

Il punto è proprio questo: cambiando il senso delle politiche tariffarie, e usandole come strumento di pressione “politica”, si finisce per scardinare l’edificio multilaterale che è stato alla base dell’ordine internazionale a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Questo edificio aveva un attore egemone, ossia gli Stati Uniti, il cui interesse come potenza industriale era di diffondere un sistema flessibile di contrattazioni e di regole internazionali orientato al libero scambio, alimentato dal ruolo del dollaro come moneta di pagamento degli scambi mondiali. Le regole del commercio internazionale si configuravano come una sorta di “bene pubblico globale”, perché definivano uno scenario complessivo per assicurare la stabilità nei commerci.
Questo sistema, pur con vari scossoni, ha funzionato abbastanza bene, favorendo la crescita del commercio internazionale, ma è andato in crisi quando la Cina si è affacciata e si è consolidata come attore di riferimento mondiale, utilizzando proprio il regime di libero scambio per aumentare le sue esportazioni e comportandosi come un “free rider” di questo bene pubblico globale.
È allora possibile che la finalità ultima dei dazi trumpiani sia quella di riaffermare una forma di “supremazia bilaterale allargata” statunitense, anche contraddicendo la politica di friend-shoring delle precedenti Amministrazioni, di trattamento di favore verso i paesi amici. Come dire: visto che le buone maniere non hanno portato grandi risultati usiamo le maniere forti per riaffermare un ruolo egemonico e, poiché non si riesce a ristabilire una primazia statunitense nell’ambito di un ordinamento multilaterale, allora scardiniamo questo sistema.
Siamo all’inizio della partita e già si profilano forme di “stop and go” nell’azione dell’Amministrazione americana, ma se questa situazione dovesse permanere per lungo tempo c’è il rischio concreto di un forte rallentamento della crescita economica reale, a tutto vantaggio di movimenti speculativi finanziari di grandi investitori e big corporation che puntano a sfruttare convenienze immediate, ma anche questo potrebbe essere un effetto messo in conto dall’Amministrazione statunitense, o almeno dai suoi supporters multinazionali.
Gaetano Fausto Esposito, economista si occupa di analisi economica e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. È autore di numerosi saggi sui temi che riguardano i regimi capitalistici, l’economia finanziaria e dello sviluppo, l’economia industriale, l’analisi economico-territoriale e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. Già direttore dell’Area Studi e ricerche dell’Istituto Guglielmo Tagliacarne, componente dell’Unità di valutazione degli investimenti pubblici e docente di Economia applicata in diversi Atenei, Segretario Generale di Assocamerestero (l’Associazione delle Camere di Commercio Italiane all’Estero) dal 2000 a gennaio 2021, attualmente è Direttore generale del Centro Studi delle camere di commercio “Guglielmo Tagliacarne” e insegna Economia Politica presso l’Università telematica Universitas Mercatorum.
