l Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza pone – tra le questioni centrali – quella dell’inclusione e della coesione, oggetto di una specifica missione( complessivamente quasi 30 miliardi di euro inclusi quelli del Fondo Complementare e React UE).
La coesione è un valore primario della società in generale, ma c’è anche una coesione imprenditoriale, che può registrare un peso diverso sui territori.
Recentemente Unioncamere-Centro Studi Tagliacarne e Symbola hanno misurato il valore differenziale delle “imprese coesive”, ossia di quelle che hanno comportamenti più aperti, orientati alla collaborazione, maggiore attenzione alle risorse umane e al rapporto con il territorio. Il primo dato è che la coesione imprenditoriale dà un vantaggio competitivo.
Le imprese coesive esportano di più (il 58% contro il 39% delle non coesive); fanno più eco-investimenti (il 39% contro il 19% delle non coesive); spendono maggiormente in cultura (il 26% contro l’11% delle non coesive) e nel miglioramento dei prodotti e servizi (il 58% contro il 46% delle non coesive) e quindi sono più fiduciose sulle prospettive economiche.
Molto marcata è l’eterogeneità regionale della distribuzione di queste imprese, con quasi il 70% localizzato al Nord. Oltre il 50% sta in sole tre regioni: Lombardia (26,3%), Veneto (13,6%) ed Emilia-Romagna (13,4%). Non è una novità, purtroppo. Ne ha scritto, già nel 1993, il sociologo americano Robert Putnam, ne’ “La tradizione civica delle regioni italiane”. Assenza di coesione e di fiducia sono alla radice del deficit di sviluppo economico e sociale delle regioni meridionali.
È sempre il Nord a contraddistinguersi per una maggiore incidenza delle imprese coesive sul tessuto produttivo locale. Delle 9 regioni con una quota superiore alla media nazionale (37%), solo due appartengono al Sud del Paese, (Molise e Sardegna), mentre le altre sono tutte del Nord.
Ancora oggi continuiamo a ragionare di sviluppo prevalentemente in termini economici. Ma la crescita duratura è sempre più il frutto di una particolare combinazione dei fattori sociali e istituzionali (sia interni che esterni all’impresa) che definiamo come capitale civile: qualità del lavoro, qualità dei servizi e fattori politico-istituzionali.
Più in generale le regioni in cui il senso civico è ben radicato sono anche quelle dove le imprese coesive trovano un terreno fertile per lo sviluppo. Tutte le regioni settentrionali registrano valori elevati per entrambi gli indicatori. Fa eccezione la Liguria che, assieme a molte regioni meridionali, ha per entrambi gli indicatori valori inferiori alla media nazionale. Si conferma la relazione tra fiducia e sviluppo: le regioni in cui le imprese coesive hanno un peso maggiore tendono ad essere proprio quelle dove si registrano livelli di fiducia più significativi, ovvero dove è più elevata la quota di persone (14 anni e più) secondo cui gran parte della gente è degna di fiducia. E ancora le regioni del Sud si trovano in basso rispetto a quelle del Centro e, soprattutto, del Nord.
Lo sviluppo è poi sempre più legato alla riduzione delle disuguaglianze di reddito, perché queste alimentano un clima di sfiducia che si riflette sulla coesione imprenditoriale: è emblematico che delle quindici regioni con una distribuzione del reddito più equa ben 9 hanno un indicatore di coesività più elevato, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Valle d’Aosta, Molise, Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna, Sardegna e Piemonte, tutte al Nord ad eccezione di Molise e Sardegna. Si salda così una sorta di spirale del sottosviluppo, dove un ridotto capitale civico e più flebili processi fiduciari agiscono sui livelli e la distribuzione del reddito e tutto ciò riduce il numero di imprese coesive che sono quelle più proiettate verso una concezione di più completa crescita. Ecco perché senza coesione e fiducia non possono maturare condizioni fertili nel tessuto territoriale che consentono poi alle imprese di svilupparsi.
Alla vigilia dell’impegno effettivo delle risorse del PNRR, innovare nelle virtù civiche diventa una necessità per la crescita del Sud. Non comprenderlo ritarderà solo la rincorsa che la società meridionale deve compiere da così tanto tempo. Nella società della conoscenza sono determinanti i fattori immateriali. Accanto a capitale e lavoro contano sempre più altri elementi che concorrono a formare la produttività totale dei fattori. Coesione e fiducia sono componenti ineludibili per attivare quei processi di trasformazione su cui si gioca la sfida per un nuovo Mezzogiorno.
di Gaetano Fausto Esposito, Centro Studi Guglielmo Tagliacarne e Pietro Spirito Università Mercatorum
