L’aumento dei prezzi ha avuto un doppio effetto corrosivo: sugli standard di vita e sull’aumento delle distanze verso i più ricchi. Il resto l’ha fatto l’incertezza, che induce soprattutto la middle class a risparmiare in maniera precauzionale per il futuro
La discussione sui dazi e sul rimescolamento delle carte nel gioco della geopolitica sta mettendo in secondo piano forse una delle questioni più corrosive della nostra società: quella delle disparità di reddito e la crescita della disuguaglianza a livello mondiale, causa non solo di disagio per le persone ma sempre più anche di minaccia per gli orientamenti democratici di molti paesi.
La questione, per quanto con modalità decisamente diverse dalle attuali, era presente, e addirittura quantificata, nelle prime elaborazioni economiche dei fisiocratici francesi nella metà del 1700, dove il conflitto distributivo era esaminato nel rapporto tra i proprietari terrieri ed i fittavoli, gli imprenditori di una nascente classe media (la borghesia di allora). Una tematica poi sottolineata nel 1780 da Gaetano Filangieri a Napoli secondo il quale: “Allorchè le ricchezze si restringono nelle mani di pochi … la felicità privata di poche membra non farà sicuramente la felicità di tutto il corpo anzi … ne farà la rovina”.
Arrivando ai nostri giorni è ormai chiaro che dopo un periodo di attenuazione del problema sperimentiamo praticamente in tutti i paesi, e in particolare nei più sviluppati, una crescita delle disuguaglianze di reddito, con gli Stati Uniti emersi come la nazionale a maggior grado di disuguaglianza tra tutte le economie industrializzate, tanto che nel 2023 il 10% più ricco della popolazione è titolare del 47% del reddito nazionale, rispetto al 34% del 1980. Ma anche in Europa, sebbene con livelli più modesti, la sperequazione ha continuato a cresce soprattutto nei paesi occidentali.
La situazione si è aggravata con l’aumento dell’inflazione negli scorsi anni in particolare per le classi di popolazione medie e basse a reddito fisso.
Negli anni 2021-2023 c’è stato un aumento dei prezzi mai sperimentato dall’inizio del secolo e, per quanto le previsioni siano orientate ad un graduale rientro nel futuro, i livelli già raggiunti aumenteranno comunque. Buona parte della popolazione, e sicuramente quella appartenente alle classi a reddito fisso di cui parte consistente nella fascia bassa e medio-bassa, non è stata in grado di recuperare neanche parzialmente la perdita di potere di acquisto.

L’inflazione ha avuto un doppio effetto corrosivo: sugli standard di vita e sull’aumento delle distanze verso i più ricchi. Dal primo punto di vista ha inciso sul livello e la qualità dei consumi di ampie fasce della popolazione riducendone la capacità di spesa e quindi provocando una “retrocessione” negli standard di vita. Sul secondo versante ha agito attraverso la dotazione patrimoniale: la distribuzione della ricchezza è ancora più sperequata della distribuzione del reddito, i “redditieri” poi hanno una buona parte della loro ricchezza investita in titoli a reddito variabile, soprattutto azioni, e il mercato azionario ha incrementato in questo periodo il suo valore come testimoniato dall’andamento dell’indice MSCI ACWI, che misura le dinamiche borsistiche mondiali. Ciò ha finito per ampliare i redditi di chi è al top, aumentando ulteriormente le distanze rispetto a quanti invece sono più in basso nella scala del reddito.
Il resto l’ha fatto l’incertezza: che induce soprattutto la middle class a risparmiare in maniera precauzionale per il futuro, con ulteriore limitazione del proprio livello di consumo e quindi contenimento dello standard di vita, soprattutto dinanzi a policy che puntano a ridurre il welfare di matrice pubblica.
Insomma il doppio effetto dell’inflazione, unito alla crescente incertezza, ha causato un ampliamento della disuguaglianza, aumentandone anche la percezione rispetto al passato da parte di larghi strati della popolazione, per una sorta di “effetto dimostrazione” cioè di confronto con il segmento top che invece ha migliorato ulteriormente la sua posizione.
Secondo alcuni, tra i quali Thomas Piketty, nel lungo periodo la disuguaglianza aumenta quando il tasso di profitto eccede quello di crescita di una economia. È possibile che il processo inflattivo abbia portato una spinta in questo senso, almeno nel favorire la componente profitti rispetto a quella delle retribuzioni da lavoro dipendente. In tal senso sembrerebbe andato anche il nostro paese.
Guardando all’andamento delle due componenti del valore aggiunto delle imprese (profitti e retribuzioni), da noi, rispetto alla media dell’Unione europea, i redditi da capitale-impresa (che possono essere assunti come una semplice, per quanto grossolana, proxy dei profitti) assumono un valore percentualmente superiore alla rispettiva componente europea e questa quota, dopo un periodo in cui si è ridotta a vantaggio dei redditi da lavoro, è cresciuta a partire dal 2020.

Recentemente anche l’Istat ha evidenziato come nel 2024 l’indice di disuguaglianza (indice di Gini) abbia subito un lieve incremento e più in generale siamo al ventesimo posto nell’Unione europea per disuguaglianza nella distribuzione del reddito. Anche da noi si sta ampliando la sperequazione e quindi il disagio che, per l’operare dei tre processi visti in precedenza, si traduce in adesione a semplici soluzioni populistiche alimentate da narrazioni improprie diffuse in particolare dai social media.Quindi occorre rilanciare le politiche di perequazione e non contrastarle auspicando taumaturgici effetti della riduzione degli interventi pubblici, perché larga parte della crescita della disuguaglianza è da attribuire a una minore capacità di recupero delle perdite di potere di acquisto dei percettori di redditi fissi. In caso contrario ci sarà un’ulteriore crescita delle distanze di reddito, con conseguente crescita del malcontento e dell’insoddisfazione, portando la “rovina” del corpo sociale, come scriveva Filangieri già nella seconda metà del 1700.
Gaetano Fausto Esposito, economista si occupa di analisi economica e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. È autore di numerosi saggi sui temi che riguardano i regimi capitalistici, l’economia finanziaria e dello sviluppo, l’economia industriale, l’analisi economico-territoriale e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. Già direttore dell’Area Studi e ricerche dell’Istituto Guglielmo Tagliacarne, componente dell’Unità di valutazione degli investimenti pubblici e docente di Economia applicata in diversi Atenei, Segretario Generale di Assocamerestero (l’Associazione delle Camere di Commercio Italiane all’Estero) dal 2000 a gennaio 2021, attualmente è Direttore generale del Centro Studi delle camere di commercio “Guglielmo Tagliacarne” e insegna Economia Politica presso l’Università telematica Universitas Mercatorum.

