Il Parlamento verso una riforma attesa da anni per rafforzare la democrazia.
Nelle democrazie, il lobbying rappresenta una componente rilevante del processo decisionale, poiché consente ai gruppi di interesse, economici, sociali, territoriali o professionali, di far valere le proprie istanze presso i decisori pubblici.
L’Italia si prepara a una legge sul lobbying: il Parlamento verso una riforma attesa da anni per rafforzare la democrazia. di Costantino Del Riccio Quando esercitato con trasparenza, può contribuire a rendere le scelte istituzionali più consapevoli ed equilibrate.
In Italia, questa pratica ha caratteristiche particolari. Sebbene ampiamente diffusa, manca una disciplina organica che ne definisca ambiti e limiti.
L’assenza di regole precise crea un’area grigia in cui la legittima rappresentanza degli interessi può confondersi con condotte illecite, come la corruzione o il traffico di influenze, compromettendo la fiducia dei cittadini nel processo decisionale.
Dopo cinquant’anni di tentativi, l’ultimo nel 2022 con il Governo Draghi, quando la Camera dei deputati approvò una proposta di legge per istituire il “Registro per la trasparenza dell’attività di rappresentanza di interessi”, la regolamentazione del lobbying potrebbe finalmente vedere la luce.
Il testo Draghi si fermò con la fine anticipata della legislatura, così come le iniziative simili rimaste senza seguito, frenate dal disinteresse politico e dalla diffidenza verso il fenomeno.
Eppure, l’attività di lobbying, intesa come rappresentanza organizzata di interessi, trova legittimazione nella Costituzione, che riconosce la partecipazione dei cittadini e delle formazioni sociali ai processi decisionali pubblici.
Negli anni, la Camera (2016) e il Senato (2017) hanno introdotto dei regolamenti interni per disciplinare i rapporti con i portatori di interessi. A questa iniziativa hanno aderito anche cinque ministeri e alcune Regioni. Tuttavia, resta assente un quadro normativo unitario a livello nazionale.
Si attribuisce alla politica del passato l’errore di considerare il lobbying un fenomeno da occultare, mentre quella recente ha la responsabilità di averlo ignorato, relegandolo ai margini dell’agenda parlamentare.
Nel 2024 è stato avviato un nuovo percorso legislativo su iniziativa di alcuni deputati. Lo scorso aprile, il presidente della commissione Affari Costituzionali Nazario Pagano (Forza Italia), ha depositato un progetto di legge, frutto di un’ indagine conoscitiva condotta con il coinvolgimento di costituzionalisti e giuristi.
Un lavoro tecnico pensato per superare uno stallo durato oltre mezzo secolo.
La relazione conclusiva, approvata all’unanimità, ha costituito la base del testo predisposto dagli uffici della Camera, su cui i deputati potranno intervenire presentando emendamenti.
La proposta di legge è articolata in dodici articoli e, quando approvata dal Parlamento prevede una novità significativa: il CNEL sarà incaricato di garantire il funzionamento del sistema.
Secondo i proponenti, presso il CNEL nascerà il Registro per la trasparenza dell’attività di rappresentanza di interessi. Inoltre, verrà istituito un Comitato di sorveglianza sui processi decisionali pubblici, composto da nove membri, alcuni selezionati tramite sorteggio, guidato dal presidente del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro.
Il Comitato vigilerà sul rispetto delle regole e avrà poteri sanzionatori in caso di violazioni degli obblighi da parte dei lobbisti.
Tra obblighi, ci sarà l’aggiornamento settimanale dell’agenda degli incontri: nel Registro dovranno essere indicati il decisore pubblico incontrato, il luogo e il tema trattato.
Tali informazioni saranno comunicate ai soggetti istituzionali interessati, che avranno cinque giorni di tempo per contestare eventuali inesattezze e chiedendone la rettifica o la cancellazione.
Centrale nel dibattito è la questione delle definizioni. E’ fondamentale chiarire cosa si intenda per “rappresentanza di interessi” e chi rientri nella categoria dei “decisori pubblici” per stabilire l’ambito di applicazione della legge.
Oltre a parlamentari, membri del Governo e vertice di enti pubblici e territoriali, l’elenco dovrebbe includere anche assessori e componenti delle autorità indipendenti.
L’attività di lobbying potrà consistere nella presentazione di richieste di incontro, proposte, documenti, studi e analisi, anche tramite procedure digitali, e ogni altra azione utile alla formazione delle decisioni pubbliche.
Dovrà essere esercitata nel rispetto dell’autonomia istituzionale e secondo i principi di lealtà e integrità.
Non si tratta di un’iniziativa legislativa “ideologica“, ma del risultato di un lavoro condiviso che potrebbe fungere da base per un consenso ampio in Parlamento.
Il sostegno sembra compatto tra i partiti di governo, che condividono l’esigenza di regolare in modo trasparente i rapporti tra politica e interessi organizzati.
Le opposizioni, pur non ostili, esprimono perplessità sul ruolo attribuito al CNEL.
Un punto critico della proposta legislativa riguarda la gestione del Registro, che alcuni ritengono dovrebbe essere affidata ad un ente terzo e indipendente. Su questo si concentreranno le principali proposte di modifica.
Un’altra questione aperta riguarda il cosiddetto “periodo di raffreddamento“, necessario per impedire il passaggio diretto da incarichi pubblici all’attività di lobbyng, in particolare per ex parlamentari e membri del Governo.
Il tempo per approvare la riforma non manca, così come la disponibilità al confronto. La vera sfida sarà mantenere viva l’attenzione politica sul tema, per trasformare una riforma attesa da decenni in legge dello Stato.
In sintesi, una regolamentazione efficace del lobbying potrebbe offrire al legislatore l’opportunità di colmare un vuoto normativo e definire con chiarezza il confine tra rappresentanza legittima degli interessi e condotte penalmente rilevanti.
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