Oltre la politica monetaria per tenere sotto controllo l’inflazione di Gaetano Fausto Esposito

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Occorre costruire politiche industriali impostate in una logica europea di sviluppo, puntando a far crescere gli investimenti nei settori dove possono realizzarsi incrementi di produttività.

Recentemente Mario Draghi ha sottolineato come gli shock globali dal lato dell’offerta, ossia sul versante della produzione, siano un aspetto cruciale dei cambiamenti intervenuti nella globalizzazione ed è possibile che in futuro saranno ancora più frequenti e repentini.

La crescente instabilità geopolitica e le incertezze sulle catene del valore hanno comportato forti trasformazioni con implicazioni sull’efficacia delle politiche di rientro dall’inflazione.

Il tradizionale modello su cui sono impostate le politiche è un modello da “domanda globale” e si riferisce alla relazione nota come Curva di Phillips, dal nome dell’economista neozelandese che per primo l’aveva evidenziata. In sostanza questa relazione ci dice che c’è una sorta di “scambio” tra inflazione e tasso di disoccupazione e per ridurre il tasso d’inflazione occorre aumentare la disoccupazione, causare una riduzione dei redditi e quindi creare un rallentamento dell’attività economica.

Per evitare questa situazione le banche centrali devono mantenere elevati i tassi di interesse per ridurre le aspettative di inflazione per un congruo periodo di tempo. Tuttavia una recente analisi da parte del Center for Economic Policy Research (CEPR) dimostra che pur in presenza di mercati del lavoro caratterizzati da bassa disoccupazione i lavoratori non hanno sostanzialmente recuperato la perdita di potere d’acquisto e non ci sono stati cambiamenti nel tasso di inflazione atteso.

E qui viene il ragionamento di Mario Draghi. L’inflazione a partire dal 2021 è originata sostanzialmente da fattori di offerta: prima una ripresa rapidissima dell’attività produttiva, contrattasi nel periodo del Covid, e quindi l’aumento dei costi delle materie prime energetiche, che ha comportato poi anche un forte impatto su quelle alimentari.

Questa situazione ha spostato sulle imprese, che offrono beni e servizi, il ruolo di soggetto di alimentazione dell’inflazione. In altri termini, come evidenziato in diverse analisi, le imprese, o comunque una parte consistente di esse, hanno recuperato in tutto o in parte le perdite dovute all’aumento dei prezzi incrementando i profitti unitari e contribuendo all’inflazione per circa il 40-45%, secondo stime del Fondo Monetario Internazionale e addirittura per due terzi secondo i ricercatori della BCE. Ciò ha comportato anche un recupero della loro liquidità, evitando che la crescita dei tassi di interesse si trasformasse rapidamente in una forte contrazione dell’attività produttiva.

In altri termini questa situazione ha consentito in diversi casi non solo di mantenere la base occupazionale, ma, in paesi come Italia, addirittura di ridurre il tasso di disoccupazione. È possibile che tutto ciò sia andato a detrimento di incrementi salariali, ma in un mondo dominato dall’offerta, dinanzi alla diffusione della contrattazione aziendale, sembra che lo “scambio” tra lavoratori e imprese si sia spostato dalla contrattazione del salario nominale alla maggiore o minore possibilità di avere e/o trovare un posto di lavoro a parità di salario nominale, che ha rappresentato anche un elemento per moderare eventuali ulteriori richieste di incremento retributivo.

Questa analisi è confermata anche da un recente studio sull’economia statunitense per il quale la formazione delle aspettative inflazionistiche delle famiglie è maggiormente influenzata dalla “narrazione” relativa ai fenomeni di offerta (come le strozzature nelle catene del valore o la crisi energetica) piuttosto che da fattori come la politica monetaria.

In altri termini, come riconosciuto anche da economisti del calibro di Ben Bernanke e Oliver Blanchard, le pressioni salariali hanno dato solo un modesto contributo all’incremento dell’inflazione per cui le aspettative di inflazione, in particolare quelle a breve termine, sono aumentate abbastanza da influenzare al rialzo i salari e i prezzi ma generalmente sono rimaste ben ancorate. Ciò significa che la recente fiammata inflazionistica potrebbe essere riassorbita in poco tempo.

È possibile che questo porti a dover riconsiderare la forza delle politiche monetarie per la stabilizzazione dell’economia. In un mondo dove ci sono forti le spinte dell’offerta le politiche pubbliche, a partire dalla politica di bilancio ma anche quelle volte a far crescere la produttività, divengono centrali per favorire il processo di stabilizzazione economica, ruolo in precedenza affidato in modo particolare alle politiche monetarie.

Riemerge allora, anche da questo punto di vista, un ruolo diverso delle politiche industriali, che sono state le grandi assenti in questo periodo, e deve trattarsi di politiche industriali impostate in una logica europea di sviluppo, puntando a far crescere gli investimenti nei settori dove possono realizzarsi quegli incrementi di produttività che solo, dinanzi a una situazione di costante instabilità, possono rappresentare un antidoto ai sempre più ricorrenti shock di offerta che caratterizzeranno il futuro.