La produzione di questi beni richiede un intervento pubblico europeo, possibile con un accentramento del finanziamento, che implica una parziale cessione di sovranità nazionale a favore dell’Europa. Qual è la concreta situazione in Italia?
Beni pubblici europei, di che si tratta? Di quei beni che per le caratteristiche di alta costosità nella produzione e la difficoltà di appropriarsi a livello dei singoli paesi dei benefici netti devono essere prodotti su scala europea per acquisire una soglia produttiva efficiente.
In altri termini la produzione di questi beni richiede un intervento pubblico europeo, possibile con un accentramento del finanziamento, che implica una parziale cessione di sovranità nazionale a favore dell’Europa. Su questi aspetti si sono soffermati anche i due ultimi Rapporti che hanno riguardato il processo di rafforzamento del mercato unico europeo (Rapporto Letta) e quello sulla competitività in Europa (Rapporto Draghi).
In questo ambito rientrano, per esempio la ricerca e lo sviluppo, la politica della sicurezza, la politica energetica, quella sanitaria, per citarne solo alcune, che tra l’altro sono coerenti con la realizzazione dei principali obiettivi indicati all’art. 3 del Trattato dell’Unione europea.
Il punto è che la cessione della sovranità comporta un conflitto con i poteri degli stati nazionali e quindi rende opportuna la definizione di criteri di massima che definiscano la convenienza dei singoli stati nel realizzare questo trasferimento.
Recentemente Marco Buti e Marcello Messori, in un contributo realizzato per la Rassegna ASTRID, hanno individuato due criteri generali per definire costi e benefici dell’affidamento europeo: il grado di accentramento nazionale e la qualità delle funzioni delle istituzioni intermedie, da un lato, e dall’altro la forza del tessuto produttivo e l’incidenza dei corpi intermedi nei singoli stati.
In linea generale il primo indicatore consente di valutare i costi, anche in termini politico-sociali della cessione di sovranità, mentre il secondo indica i possibili vantaggi della cessione di sovranità, in termini di benefici dei processi di innovazione e benessere dei cittadini.
Al di là delle considerazioni degli autori sulle diverse situazioni di convenienza che si possono realizzare, uno degli aspetti più innovativi riguarda il ruolo assegnato alle istituzioni e ai corpi intermedi nel sostenere i processi di devoluzione di sovranità connessi alla produzione di questi beni a livello europeo e anche nel mediare eventuali conflitti al riguardo.
Tenuto conto dell’articolazione territoriale dello sviluppo, caratteristica comune ai paesi europei, sebbene con una variabilità molto alta nelle diverse situazioni nazionali, la questione di considerare congiuntamente la forza di istituzioni intermedie e quella dei corpi intermedi, assume un ruolo decisivo per avere un’adeguata produzione di beni comuni europei che tega conto anche delle situazioni regionali.
Sul versante amministrativo è possibile sostenere che un’alta efficienza istituzionale si accompagni a una minore onerosità per la cessione di sovranità derivante dalla produzione di beni comuni a un livello sovranazionale, perché le istituzioni sono consapevoli di poter comunque gestire questo processo.
Ma qual è la concreta situazione in Italia? Non è esiste un confronto europeo sull’efficienza delle amministrazioni intermedie, ma possiamo utilizzare come approssimazione il Quality of Government Index, un indice che viene realizzato per conto della Commissione europea dall’Università di Göteborg.
L’indicatore misura il livello di imparzialità, efficienza e corruzione percepito dai cittadini sul complesso delle amministrazioni della propria regione. Ebbene nessuna delle regioni italiane esce indenne da questa analisi (nel confronto europeo), con la sola eccezione della Liguria, per quanto sono le regioni del Mezzogiorno (con l’esclusione della Sardegna) ad avere valori peggiori rispetto alle altre, mentre indici meno bassi si riscontrano al Centro-Nord. Nello specifico Sicilia, Molise, Calabria, Puglia e Campania sono tra le venti regioni con valori minori su 218 regioni monitorate nell’Unione europea.
Per quanto riguarda invece la forza dei corpi intermedi, rappresentati dalle diverse forme di associazionismo, in genere si registra una correlazione positiva tra livello di sviluppo e partecipazione e quindi anche in questo caso la situazione delle regioni centro-settentrionali (a più alti standard di sviluppo) sarebbe migliore per presenza e consistenza dei corpi intermedi, anche se rileviamo che soprattutto nelle aree dell’Italia nord-occidentale negli ultimi anni diversi territori provinciali hanno registrato più o meno diffusi fenomeni di arretramento nelle posizioni di sviluppo relativo e questo potrebbe essersi riflesso anche sulla partecipazione alle associazioni, che tra l’altro si è ridotta di più in Italia rispetto a quanto avvenuto a livello europeo.
Ne verrebbe fuori che in linea generale le regioni centro-settentrionali sono quelle che dal punto di vista delle amministrazioni e dei corpi intermedi potrebbero avere i maggiori vantaggi, o comunque subire i minori svantaggi, dalla devoluzione di competenze dovuta a una più alta dotazione di beni pubblici europei.
Più in generale però la posizione territoriale complessiva del nostro paese rimane tra quelle che possiamo definire a “maggiore esposizione” da questi processi, per cui andrebbe comunque supportata, da lato, da una ulteriore crescita della qualità istituzionale e dei corpi intermedi soprattutto nel Mezzogiorno, dall’altro da un processo di informazione e di adeguata conoscenza dei rischi, in termini di divario istituzionale e competitivo, che possono derivare dalla mancata produzione di un adeguato stock di beni pubblici a livello europeo.
Gaetano Fausto Esposito, economista si occupa di analisi economica e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. È autore di numerosi saggi sui temi che riguardano i regimi capitalistici, l’economia finanziaria e dello sviluppo, l’economia industriale, l’analisi economico-territoriale e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. Già direttore dell’Area Studi e ricerche dell’Istituto Guglielmo Tagliacarne, componente dell’Unità di valutazione degli investimenti pubblici e docente di Economia applicata in diversi Atenei, Segretario Generale di Assocamerestero (l’Associazione delle Camere di Commercio Italiane all’Estero) dal 2000 a gennaio 2021, attualmente è Direttore generale del Centro Studi delle camere di commercio “Guglielmo Tagliacarne” e insegna Economia Politica presso l’Università telematica Universitas Mercatorum.

