giovedì, Settembre 10, 2026
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Profitti in crescita, salari in calo: chi paga davvero l’efficienza? di Gaetano Fausto Esposito

Quando nel 1966 Harvey Leibenstein, economista dell’Università di Berkeley, in pieno regime di produzione fordista, pubblicò il suo saggio sulla cosiddetta X-Efficiency, pochi avrebbero immaginato che quelle pagine sarebbero rimaste così attuali a distanza di quasi sessant’anni, in contesti così diversi.

Quando nel 1966 Harvey Leibenstein, economista dell’Università di Berkeley, in pieno regime di produzione fordista, pubblicò il suo saggio sulla cosiddetta X-Efficiency, pochi avrebbero immaginato che quelle pagine sarebbero rimaste così attuali a distanza di quasi sessant’anni, in contesti così diversi.
La sua tesi, in rottura con l’approccio economico dominante, era tanto semplice quanto rivoluzionaria per i tempi: l’efficienza di un’impresa non poteva essere ridotta a un calcolo contabile di costi e ricavi, ma affondava le sue radici in dimensioni meno visibili e più complesse, prima fra tutte la motivazione di chi lavora.

Non era il primo a sollevare dubbi sui modelli ortodossi. Pochi anni prima Herbert Simon aveva parlato di “razionalità limitata”, riconoscendo che le decisioni aziendali non potevano mai essere pienamente ottimali, perché condizionate da vincoli cognitivi e informativi.

Oggi, osservando la realtà italiana, è inevitabile ripensare a quelle intuizioni. Lo studio appena pubblicato dall’Area Studi di Mediobanca diretta da Gabriele Barbaresco, che ha analizzato i bilanci di 1900 imprese di medie e grandi dimensioni tra il 2015 e il 2024, ci ricorda le intuizioni di Leibenstein.

Le imprese pubbliche, in generale meno sottoposte alla pressione della concorrenza, hanno registrato performance di profitto migliori delle private: un margine EBIT medio (che misura l’utile operativo di una azienda) del 7,4% contro il 5%. Una parte di questo risultato va ricondotta alla presenza di gruppi energetici che hanno beneficiato delle condizioni di mercato, ma resta il fatto che proprio dove la concorrenza è meno intensa si sono creati spazi di redditività più ampi.

Se però ci si sposta dal lato dei lavoratori, il quadro cambia. Se in generale la produttività è cresciuta, in particolare ciò è accaduto nelle imprese pubbliche, 69% in dieci anni, contro il 23% delle private. Ma il costo del lavoro pro-capite è aumentato del 13,5% nelle pubbliche e del 17,3% nelle private. Tenuto conto della crescita dei prezzi particolarmente forte nel 2022-2023, il risultato è che al netto dell’inflazione i salari si sono contratti ovunque (con qualche limitata eccezione), con un impatto più pesante proprio nei comparti pubblici, quelli cioè che avrebbero avuto maggiori margini per redistribuire.

Possiamo dire che le imprese pubbliche avrebbero potuto permettersi un incremento medio di circa 7.000 euro pro capite per mantenere invariato il potere d’acquisto dei lavoratori, mentre le private avrebbero potuto arrivare fino a 3.200 euro. Eppure, nonostante questi spazi, la scelta prevalente è stata quella di non trasferire ai salari i benefici derivati dai margini di profitto.

Un aumento che non avrebbe ridotto la redditività per gli azionisti — in questo caso lo Stato e quindi la collettività — non intaccandola sostanzialmente (circa il 22% nel caso delle imprese pubbliche, mentre per le private saremmo arrivati a circa il 65%), ma che avrebbe potuto accrescere la motivazione dei lavoratori, tenuto anche conto che l’imposizione fiscale media sui profitti nel 2020-2024 è stata nelle imprese pubbliche del 13,5% contro il 21% delle private.

In altri termini come sostiene il Rapporto: “il riallineamento del potere di acquisto avrebbe potuto realizzarsi senza compromettere la redditività dell’azionista”.

C’è allora una domanda che ritorna, oggi come allora: può esistere un’efficienza senza (sostanziale) equità? Un quesito attuale alla luce delle statistiche dell’OCSE che evidenziano il peggior dato di crescita delle nostre retribuzioni reali rispetto agli altri paesi industrializzati.

Può un’impresa pubblica realizzare un ampliamento dell’efficienza se, nello stesso tempo, non garantisce ai propri dipendenti la salvaguardia del potere d’acquisto? La risposta, suggerita dai dati e dalle teorie, è che la sostenibilità del sistema non si misura soltanto nei bilanci, ma anche nella capacità di valorizzare chi lavora, trasformando rendite oligopolistiche in investimenti sul capitale umano, che poi servono anche per alimentare e integrare gli investimenti tecnologici.

Leibenstein ci ricorda che l’efficienza non è mai un dato puramente tecnico. È un equilibrio instabile tra incentivi, organizzazione e motivazione. E proprio per questo, la questione che oggi si pone alle imprese pubbliche e private italiane (ma in realtà in tutti i paesi occidentali e in particolare negli Stati Uniti) non riguarda solo i conti, ma il modo in cui si sceglie di distribuire valore: tra azionisti, lavoratori e società.

È in questa scelta che si misura, ancora oggi, la distanza tra un capitalismo che si alimenta anche attraverso la rendita e uno che è capace di generare sviluppo condiviso e duraturo.

Gaetano Fausto Esposito, economista si occupa di analisi economica e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. È autore di numerosi saggi sui temi che riguardano i regimi capitalistici, l’economia finanziaria e dello sviluppo, l’economia industriale, l’analisi economico-territoriale e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. Già direttore dell’Area Studi e ricerche dell’Istituto Guglielmo Tagliacarne, componente dell’Unità di valutazione degli investimenti pubblici e docente di Economia applicata in diversi Atenei, Segretario Generale di Assocamerestero (l’Associazione delle Camere di Commercio Italiane all’Estero) dal 2000 a gennaio 2021, attualmente è Direttore generale del Centro Studi delle camere di commercio “Guglielmo Tagliacarne” e insegna Economia Politica presso l’Università telematica Universitas Mercatorum.        

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