Sempre più isole: il declino della fiducia, soprattutto in Italia di Gaetano Fausto Esposito

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In Italia prevale un atteggiamento di cautela verso gli altri: il 75% delle persone ritiene che sia necessario “stare molto attenti”, mentre solo il 22% esprime un orientamento fiduciario, 10 punti in meno rispetto al dato internazionale. La situazione è ancora più critica nel Mezzogiorno

“Le istituzioni sono le regole del gioco in una società o, più formalmente, i vincoli ideati dall’uomo che strutturano l’interazione politica, economica e sociale”. Questa  affermazione del premio Nobel per l’economia Douglas North mette in luce il ruolo cruciale delle istituzioni nello sviluppo economico. In realtà, si tratta di un’intuizione tutt’altro che recente: già a metà del Settecento Antonio Genovesi poneva alla base dello sviluppo economico il cosiddetto buon costume, inteso come quell’insieme di norme sociali e spesso anche morali che innervano una società e costituiscono l’infrastruttura su cui si costruisce il mercato.

Queste regole, sia formali che informali, si basano su di un ingrediente fondamentale: la fiducia.

La fiducia negli altri e quella nelle istituzioni sono centrali nel sistema di relazioni tra le persone e contribuiscono, a loro volta, ad alimentare lo sviluppo economico. Già nel Seicento il poeta inglese John Donne scriveva che «nessun uomo è un’isola»; eppure oggi la fiducia sembra attraversare una fase di progressiva erosione, un fenomeno che si manifesta su scala internazionale, favorendo la costituzione di tante “isole” personali.

Si riduce quello che possiamo definire il raggio della fiducia, ossia la distanza che ci separa dai soggetti verso i quali siamo disposti a nutrire un atteggiamento fiduciario, che tende sempre più a restringersi ai rapporti di prossimità, delineando quella che l’Edelman Trust Barometer 2026, una indagine su ventotto paesi nel mondo, definisce la tendenza isolazionistica delle persone.

In generale c’è un arretramento del livello complessivo di fiducia, ma soprattutto, emerge un ripiegamento dell’intensità fiduciaria verso ambiti sempre più ristretti, riflesso anche del clima internazionale: tra il 2019 e il 2026, ad esempio, la preoccupazione per i conflitti commerciali è aumentata di otto punti percentuali, coinvolgendo il 66% degli intervistati. Parallelamente, mentre diminuisce la fiducia nei confronti dei leader dei governi nazionali, migliora quella verso le persone più vicine — famiglia e amici — a conferma del ripiegamento già descritto.

In Italia, come mostrano le rilevazioni dell’Istat, prevale un atteggiamento di cautela verso gli altri: il 75% delle persone ritiene che sia necessario “stare molto attenti”, mentre solo il 22% esprime un orientamento fiduciario, dato in calo rispetto al 2023, quando era prossimo al 25%, siamo a circa 10 punti in meno rispetto al dato internazionale.

La situazione è ancora più critica nel Mezzogiorno, dove la fiducia verso gli altri scende al 19% e si registra una contrazione particolarmente marcata rispetto al passato. Anche in questo caso ci si rifugia nelle relazioni più strette: l’88% degli intervistati dichiara di essere molto o abbastanza soddisfatto dei rapporti familiari, sebbene anche questo dato mostri una flessione nel tempo.

In questo scenario entra anche una valutazione sull’efficienza amministrativa. Recenti elaborazioni sulla qualità delle istituzioni a livello territoriale (Indice di Qualità Istituzionale) mostrano un netto divario tra Mezzogiorno e resto del Paese: l’indice relativo si attesta a 0,25 nel Sud, meno della metà rispetto allo 0,61 del Centro e allo 0,65 del Nord del Paese. Nessuna regione meridionale, malgrado i progressi rispetto al 2004, raggiunge o supera i livelli del Centro-Nord, sebbene in queste ultime si osservi una maggiore variabilità territoriale. Del resto se andiamo sul livello di soddisfazione verso le istituzioni più vicine (Comune) il 43% del Mezzogiorno si contrappone al 53% del Nord.

Il cerchio sembra così chiudersi: se le istituzioni sono un fattore chiave dello sviluppo e questo, a sua volta, si alimenta di fiducia, allora soprattutto nel Mezzogiorno si configura un circuito vizioso in cui la minore efficienza amministrativa genera sfiducia, che si riflette in livelli di reddito più bassi rispetto al resto del Paese. Non si tratta di un fenomeno nuovo: già alla fine degli anni Cinquanta il sociologo americano Edward Bansfield descriveva l’atteggiamento sociale diffuso nel Sud con il termine familismo amorale, una dinamica che, sebbene attenuata, appare ancora presente.

Il rischio è che il crescente clima di incertezza globale e il conseguente consumo di fiducia finiscano per aggravare ulteriormente questa situazione. L’atteggiamento di chiusura e il minore livello di efficienza istituzionale si traducono, infatti, in una minore funzionalità del mercato e nella formazione di circuiti amicali e familiari che rappresentano una minaccia per l’apertura della società.

L’esempio offerto dagli Stati Uniti, fino a poco tempo fa considerati il modello di democrazia liberale per eccellenza, non è affatto rassicurante, proprio per l’impatto negativo sulla fiducia. Le possibili derive populiste, con il loro carico di chiusura verso l’altro, e l’ammirazione (crescente) per il recente cambio di rotta statunitense, rappresentano un rischio concreto non solo per l’accentuazione dei divari, ma per la tenuta complessiva della società.