Sta finendo l’egemonia mondiale degli Stati Uniti? di Gaetano Fausto Esposito

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La svolta Make America Great Again (MAGA) di Donald Trump rischia non solo di essere controproducente per l’ordine economico mondiale, ma anche autolesionista per il primato egemonico “culturale” degli Stati Uniti
C’era una volta … l’ordine economico internazionale, una sorta di quadro complessivo delle relazioni scaturito dalla Seconda guerra mondiale che aveva reso evidente a tutti la primazia degli Stati Uniti.

Questo ordine, che aveva dato vita ai cosiddetti “trente glorieuses”, ossia a trenta anni di sviluppo mondiale più o meno continuo (1945-75), si basava sull’affermazione del predominio economico statunitense, ma sotto diversi aspetti era anche il frutto di una cultura egemone, in cui i cosiddetti “valori americani”, come quelli di democrazia e di capacità di iniziativa economica, erano alla base del sistema liberale occidentale. Un sistema fondato sul concetto di libertà che, secondo il Premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, implica di non essere danneggiato o limitato nei comportamenti, ma anche di (almeno provare a) non danneggiare altri con il proprio agire, trovando un punto d’incontro nella ricerca del bene comune.

In questo ambito il mercato è uno strumento ampio, una sorta di paradigma di riferimento per l’affrancamento da costrizioni di vario tipo al fine di rendere le persone “libere di scegliere”, per dirla con le parole di Milton Friedman, un altro Nobel per l’economia (però con una concezione diametralmente opposta rispetto a quella di Stiglitz).

Libertà di scelta e tutela della concorrenza sono stati alla base anche della costituzione economica dell’Unione europea, al punto che i principi ideali di solidarietà e di ricerca della pace presupposto dei Trattati di Roma del 1957 secondo il pensiero di Robert Schumann e Jean Monnet sono stati rielaborati con la costruzione di un mercato unico all’insegna del benessere dei consumatori e della tutela della loro libertà di scegliere.

Non è casuale che la svolta del mercato unico europeo sia avvenuta nel 1993, quando già da alcuni anni si erano affermati principi e criteri del neo-liberismo per i quali alla fine il mercato poteva rappresentare la soluzione di tutti i problemi.

In ogni caso l’Europa del mercato unico non nasce per contrapporsi ad attori egemoni, come gli Stati Uniti, in quanto è il mercato interno (dei paesi che vi partecipano) a rappresentare il primo obiettivo, non una posizione di policy internazionale, e infatti a questa costituency erano estranei espliciti interventi di politica industriale, un limite di cui oggi paghiamo le conseguenze.

L’irruzione della Cina sullo scenario mondiale ha cambiato la prospettiva. Nel 2023 ha superato gli Stati Uniti di oltre un quarto in termini di produzione valutata in parità di potere di acquisto, consolidando un primato affermatosi già a partire dal 2015. Anche il Paese del dragone è portatore di valori, ma in questi non è il mercato ad avere la posizione centrale, per quanto alcuni dei suoi principi siano stati utilizzati per costruire una differente forma di egemonia di matrice culturale assolutamente diversa da quella liberista. Qui c’è la guida da parte dello stato, con una sintesi di razionalismo (e pragmatismo) laico e consapevolezza etica in cui si afferma un’Amministrazione paternalistica e solidale, contrapposta alla democrazia pluralista e all’individualismo e dove viene enfatizzato il ruolo dell’educazione morale, con particolare riguardo alla gestione della cosa pubblica.

In questo sistema di valori (di matrice confuciana) chi è investito di responsabilità di governo ha il dovere di agire in modo eticamente appropriato, posponendo l’interesse personale in un’ottica di condivisione e mettendo l’uomo e il popolo a fondamento dell’azione politica (che non ha però i caratteri della democrazia). Si tratta di un modello in cui la guida pubblica è prevalente nell’individuare le direttrici dello sviluppo, con una fortissima tensione alla crescita di primazie tecnologiche nei settori strategici, anche attraverso un selettivo processo di educazione/formazione delle persone.
Nel passato si è contrapposto al “modello aperto”, anche culturalmente, del liberismo occidentale il “modello chiuso” di stampo asiatico, tuttavia la svolta Make America Great Again (MAGA) di Donald Trump rischia non solo di essere controproducente per l’ordine economico mondiale, ma anche autolesionista per il primato egemonico “culturale” degli Stati Uniti. Alla base di questo primato c’è anche la capacità di infondere fiducia a livello internazionale. Soppiantare un modello che affonda le radici nei valori dell’individualismo liberale con un approccio che ne rappresenta un deragliamento, perché nega l’esistenza di problemi globali (come clima, sanità, stabilità del commercio internazionale), diffonde incertezza (come dimostrato dalla recente crescita degli indici internazionali) e fa del perseguimento negoziale del proprio tornaconto il metro dell’affermazione internazionale di un paese, mina la fiducia internazionale. Perché quest’ultima non può basarsi su convenienze che possono mutare repentinamente né sulla negazione assoluta del multilateralismo come metodo per la produzione di beni pubblici globali (tra i quali rientrano la pace e la sicurezza).

Corrodendo la credibilità di medio periodo un atteggiamento di questo tipo, se perseguito nel tempo, può essere esso stesso causa di accelerazione, se non della sostituzione, almeno della concorrenza di una forma egemonica asiatica a guida cinese portatrice di una cultura (comunque) ancorata a principi etici più saldi dal punto di vista della geopolitica.

Nel 1992 con il crollo dell’Unione sovietica il politologo americano Francis Fukuyama scrisse che la “storia era finita” con la vittoria definitiva del modello capitalistico americano-occidentale, salvo a rivedere diversi anni dopo la sua posizione. Forse siamo alla vigilia di un’altra “fine della storia”, ma questa volta potrebbe toccare agli Stati Uniti di Trump?

Gaetano Fausto Esposito, economista si occupa di analisi economica e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. È autore di numerosi saggi sui temi che riguardano i regimi capitalistici, l’economia finanziaria e dello sviluppo, l’economia industriale, l’analisi economico-territoriale e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. Già direttore dell’Area Studi e ricerche dell’Istituto Guglielmo Tagliacarne, componente dell’Unità di valutazione degli investimenti pubblici e docente di Economia applicata in diversi Atenei, Segretario Generale di Assocamerestero (l’Associazione delle Camere di Commercio Italiane all’Estero) dal 2000 a gennaio 2021, attualmente è Direttore generale del Centro Studi delle camere di commercio “Guglielmo Tagliacarne” e insegna Economia Politica presso l’Università telematica Universitas Mercatorum.