Uno spiraglio per sbloccare il caso Battisti

    Una vita in fuga. Italia, Francia, Messico, Brasile, ora il tentativo di scappare in Bolivia, ma non c’è nulla di romantico nella storia di sangue di Cesare Battisti, pluriomicida condannato con sentenza definitiva da tribunali italiani, francesi ed europei per l’assassinio nel 1979 dell’agente Andrea Campagna, del macellaio Lino Sabbadin, del maresciallo Antonio Santoro e del gioielliere Pierluigi Torreggiani.

    Vittime innocenti di una violenza insensata, su cui Battisti non ha mai espresso rammarico o pentimento. Mercoledì la polizia brasiliana lo ha arrestato al confine con la Bolivia perché aveva in tasca più soldi del consentito. Dieci anni fa la stessa polizia, in collaborazione con l’Interpol, lo aveva catturato a Rio de Janeiro in base a un mandato d’arresto internazionale.

    Ora è naturale che in Italia siano in molti a chiedere a voce alta che la giustizia segua il suo corso e che Battisti rientri finalmente nel nostro Paese per scontare la pena inflittagli per quei delitti. Bene ha fatto l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi a ribadire, subito dopo l’arresto, che «non c’è alcun asilo possibile per Battisti» e a ricordare i suoi passi con il presidente Temer. E in effetti c’è più di uno spiraglio per cercare di correggere il grave, doloroso errore compiuto da Lula l’ultimo giorno del suo mandato nel rifiutare di eseguire l’estradizione già decisa dal Supremo Tribunale Federale.

    Quella decisione giudiziaria, che nel 2009 aveva posto fine alla vicenda accogliendo la richiesta italiana, era stata frutto di un’azione diplomatica capillare e discreta, svolta presso le autorità brasiliane su impulso della Farnesina con un partecipe monitoraggio personale del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. La Corte suprema brasiliana era composta da undici membri, sette dei quali nominati da Lula. Attraverso una paziente opera di presentazione delle ragioni giuridiche, ed etiche, a sostegno dell’estradizione, la richiesta italiana fu accolta da un consesso pregiudizialmente diffidente, ma poi imparziale nella formulazione del giudizio.

    Anche per questo, il diniego di Lula dell’estradizione, oltre che irrituale e incomprensibile, fu lesivo della collaborazione tra Italia e Brasile. I rapporti bilaterali ne risentirono, anche se l’ex presidente brasiliano riconobbe poi (privatamente) il suo errore, commesso soprattutto sulla spinta di un campione della sinistra arcaica e presuntuosa, il ministro della Giustizia di allora, Tarso Genro. L’attuale quadro politico in Brasile è diverso. Argomenti fondati possono essere fatti valere per rivedere la decisione politica e applicare senz’altro la sentenza a favore dell’estradizione emessa dal Supremo Tribunale Federale. L’Italia lo sta già facendo. Del resto la Corte ha da ultimo respinto un ricorso preventivo dei difensori di Battisti seguito alle rivelazioni di un rinnovato interesse dell’Italia alla sua consegna.

    Per avere successo e ottenere così giustizia, come dobbiamo alla memoria delle vittime inermi di quegli anni bui e per solidarietà con le loro famiglie, è comunque opportuno continuare a procedere con discrezione e misura, nel rispetto delle istituzioni e delle procedure brasiliane. Il Brasile ha un’innata cordialità, specie nei confronti dell’Italia, ma anche le sue regole e le sue sensibilità. E’ un passaggio delicato e l’esito non è scontato: non dobbiamo pregiudicarlo con atti o dichiarazioni che in quel Paese possano essere percepiti come condizionamenti o interferenze, anche se per noi sono solo una richiesta dovuta di giustizia per troppo tempo negata.

    di Michele Valensise, La Stampa