
Si possono dare mille interpretazioni di quella che è, o dovrebbe essere, la governance di un’azienda. Per esempio c’è stato un periodo storico nel quale si era convinti che l’azienda dovesse comportarsi come una nave corsara attenta esclusivamente al proprio benessere e, quindi, al proprio profitto.
La realtà ci dice che questa visione della governance, appunto, non solo è sbagliata, ma soprattutto è poco conveniente. Da quello che vediamo ogni giorno, analizzando i bilanci di migliaia e migliaia di imprese, ciò che emerge è che quelle che sono attente all’ambiente, ai rapporti aziendali, all’inclusione, al rapporto con i fornitori, con i clienti e, in generale, con gli stakeholders, sono anche più profittevoli con la conseguenza ulteriore di riuscire ad instaurare rapporti con le banche molto più sani.
C’è un aspetto che permette di migliorare, e di tanto, la governance aziendale ed è la parità di genere. I dati ci dimostrano che far crescere figure femminili arricchisce l’impresa, aggiunge qualità al lavoro, stimola l’innovazione. Purtroppo, ad oggi i Cda delle imprese italiane sono composti mediamente solo dal 25% di donne e appena il 12% delle imprese italiane ha manager in maggioranza femminili. Questo è, secondo me, uno degli aspetti sui quali bisogna concentrare l’attenzione se davvero si vuole avere un sistema economico in grado di approcciare i temi della modernità e le sfide che ci riserva con creatività.
È quello che ho detto nel corso del mio intervento in occasione del “Premio Bilancio di Sostenibilità edizione 2025”, organizzato dal Corriere della Sera e da Next, che ringrazio dell’invito.
Giuseppe Tripoli, Segretario generale di Unioncamere

