Ogni giorno l’amministrazione Trump attira l’attenzione con le sue iniziative: dall’azione militare contro l’Iran alla guerra dei dazi, fino al ricorso sistematico agli “Executive Orders“, gli ordini presidenziali che sollevano interrogativi sull’equilibrio tra i poteri dello Stato e sulla protezione dei diritti fondamentali.
Questo quadro instabile rende difficile capire la vera direzione della politica trumpiana e il suo impatto sulla democrazia americana.
La seconda Presidenza Trump si è caratterizzata, fin dall’inizio, per il tentativo di mettere in discussione regole consolidate e nel voler allargare i confini del potere esecutivo, con l’obiettivo di perseguire la propria agenda politica, sia sul fronte interno che internazionale.
Molti analisti ritengono che tale approccio non mira a introdurre riforme formali, ma a modificare di fatto l’assetto istituzionale mediante un impiego estensivo delle prerogative della Casa Bianca.
La direzione intrapresa sembra ispirarsi a una precisa visione del ruolo presidenziale, ribattezzata da alcuni “Trump Doctrine”, che attribuisce al capo dell’Esecutivo un’autorità quasi illimitata.
In tale senso, emblematico è l’Ordine Esecutivo che ridefinire i criteri per ottenere la cittadinanza americana.
Secondo l’interpretazione tradizionale del XIV Emendamento, chi nasce sul territorio statunitense è cittadino, grazie al principio dello jus soli.
Trump ha introdotto eccezioni rilevanti: niente cittadinanza per chi nasce da madre che si trova irregolarmente o solo temporaneamente negli Stati Uniti, o se il padre non ha un valido titolo di soggiorno.
La misura appare funzionale a generare un contenzioso strategico, con l’obiettivo di spingere la Corte Suprema a rivedere una lettura storica consolidata.
Un primo segnale, in questa direzione è arrivato con la pronuncia Trump v. Casa, resa il 27 giugno.
Pur non pronunciandosi sulla legittimità dell’Ordine Esecutivo, la Corte ha ristretto l’ambito applicativo delle “universal injunctions”, ovvero i provvedimenti cautelari con cui i giudici federali sospendono temporaneamente l’efficacia degli atti governativi su scala nazionale.
Una decisione destinata a rafforzare il potere esecutivo, ridimensionando quello dei tribunali distrettuali.
La pronuncia, infatti, stabilisce che i provvedimenti cautelari avranno efficacia solo tra le parti in causa, venendo meno la loro portata erga omnes. Tuttavia, si apre la strada alla possibilità di azioni collettive.
Il tribunale di Concord, nel New Hampshire, ha già autorizzato una class action nazionale per i bambini nati dopo il 20 febbraio e colpiti dalla norma. Sarà, ancora una volta, la Corte Suprema a decidere nei prossimi mesi.
Anche sul fronte dell’immigrazione irregolare si nota un forte attivismo. Il Presidente ha cercato di estendere i margini d’azione dell’esecutivo, facendo ricorso all’ Alien Enemies Act del 1798, applicato nella storia americana solo durante la guerra anglo-americana del 1812 e nei due conflitti mondiali.
Sulla base di questa disposizione, è stato disposto l’arresto e l’espulsione dei membri della gang venezuelana “Tren de Aragua“, classificata come organizzazione terroristica. Il provvedimento è stato giustificato con l’esigenza di tutelare la sicurezza nazionale.
In forza di tale presupposto, chi è sospettato di essere affiliato alla gang ed è privo di cittadinanza o residenza legale, rischia arresto e espulsione immediata.
In questa circostanza, però la Corte Suprema ha introdotto un limite emettendo un’ordinanza temporanea che vieta al governo di eseguire i provvedimenti espulsivi basati sulla legge del 1798, in attesa della definizione del procedimento.
E’ presto per dire se questo intervento rappresenti un significativo contrappeso al potere presidenziale.
E’ evidente che la gestione dell’immigrazione irregolare rimane uno dei punti più critici della presidenza e uno dei banchi di prova per la tenuta dello stato di diritto.
Il confronto tra una visione fortemente presidenzialista e il ruolo dell’ordinamento giudiziario è destinato a permanere.
La Corte Suprema avrà un ruolo decisivo: potrà difendere l’equilibrio democratico, oppure legittimare, anche solo in parte, un nuovo assetto istituzionale, con il rischio di una “rivoluzione” silenziosa.
L’impatto della nuova amministrazione si estende oltre le questioni di cittadinanza e immigrazione, e una dinamica significativa riguarda l’uso della leva finanziaria come strumento di pressione politica.
Sul fronte interno, il caso di maggior rilevanza proviene dal mondo universitario. La Casa Bianca ha sospeso i fondi federali a istituzioni come Harvard, Columbia, Cornell, Princeton e Pennsylvania, accusate di non aver contrastato adeguatamente manifestazioni antisemite e di non aver bloccato i programmi di Diversity, Equity and Inclusion (DEI), considerati in contrasto con la linea del governo.
Molti osservatori interpretano questa scelta come un uso strumentale delle risorse pubbliche per limitare il dissenso accademico e rafforzare il controllo ideologico.
Anche in politica estera si registra un’impostazione analoga. Il 1° luglio è stata confermata la cessazione dei finanziamenti all’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale (USAID), che sostiene progetti umanitari e di cooperazione in varie parti del mondo.
Questa decisione, coerente con la strategia di un progressivo disimpegno multilaterale, evidenzia come gli aiuti vengano sempre più utilizzati come leve di pressione politica piuttosto che come strumenti di cooperazione.
Rimane aperta la questione se l’architettura istituzionale statunitense riuscirà ad assorbire queste spinte, mantenendo i propri principi fondativi, o si andrà verso una trasformazione strutturale che inciderà profondamente nei rapporti tra i poteri dello Stato.
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