Non serve solo maggior lavoro, ma anche “lavoro buono e dignitoso” e forse i segnali che stiamo ricevendo dal mercato devono spingere a una riflessione anche nella seconda direzione, che è poi una direzione di equità.
Nel 1962 l’economista statunitense Arthur Okun, consigliere economico del presidente Kennedy, formulò quella che è nota come legge di Okun, una sorta di regolarità empirica secondo cui, per dirla in modo semplificato, le variazioni in aumento o in riduzione del Pil comportano una riduzione, o in caso contrario una crescita, meno che proporzionale del tasso di disoccupazione. Quest’ultimo poi potrebbe anche aumentare quando c’è una crescita del Pil perché persone “rassegnate” che prima rinunciavano a cercare un lavoro dinanzi alle prospettive di una situazione economica migliorata intravedono un aumento delle opportunità.
Che succede da noi? Secondo l’Istat a settembre 2023 l’occupazione in Italia è cresciuta, e anzi ha raggiunto il valore massimo da molti anni a questa parte: 23,6 milioni di persone la cifra più alta degli ultimi diciannove anni, a partire dal 2004.
Il tutto mentre l’aumento congiunturale del Pil nel terzo trimestre dell’anno è stato pari a zero, dopo una variazione negativa nel secondo trimestre del 2023, interrompendo una dinamica tendenziale positiva che durava da dieci trimestri consecutivi.
Ma, il tasso di disoccupazione? Quello a settembre è cresciuto perchè c’è stato un aumento delle persone che oggi cercano lavoro e invece in precedenza ci rinunciavano. Il tasso di attività, che comprende quanti fanno ricerca attiva del lavoro, è molto aumentato anzi anch’esso a settembre rileva un valore massimo del 66,8% il più elevato anche qui dal 2004, e da gennaio di quest’anno ha superato stabilmente quota 66%.
Oggi ci sono quindi meno persone non disponibili a lavorare (i cosiddetti inattivi), ne contiamo12,3 milioni, mentre a gennaio di quest’anno erano 12,5 milioni, ma per usare un usuale riferimento pre-pandemia nel dicembre 2019 erano oltre 13 milioni.
Di conseguenza il tasso di disoccupazione è lievemente cresciuto, anche se l’andamento a partire da gennaio 2021 (quando era il 10,2%) è in sostanziale costante riduzione.
Ma questa crescita è dovuta a un aumento di opportunità, secondo la legge di Okun, oppure a un fattore di necessità?
In genere i disoccupati scoraggiati aumentano quando le prospettive dell’economia sono in miglioramento, in quanto più persone pensano di poter trovare un lavoro con maggiore facilità. E invece ci sono diversi segnali di un rallentamento della situazione economica, una tendenza che riguarda in generale l’Unione europea e che da noi è anche meno marcata rispetto alla Germania, ma comunque stiamo parlando di una forte riduzione di velocità.
A ottobre il clima di fiducia dei consumatori segna un deciso peggioramento per il quarto mese consecutivo, tanto per il clima economico generale quanto per quello personale. Non pare quindi che l’aumento di persone che cercano lavoro sia riconducibile alla possibilità di trovare migliori opportunità rispetto al passato.

Contemporaneamente cresce la situazione di disagio delle famiglie italiane.
Nel 2022 erano in condizione di povertà assoluta 5,6 milioni di persone e quasi il 15% erano le famiglie con una persona di riferimento operaio o assimilato in condizione di povertà assoluta (contro il 13,8% del 2021), con una situazione più grave nelle famiglie con tre o più figli.
Ma c’è di più, la povertà è maggiore nelle famiglie più giovani e le fasce di età più giovani, in cui si concentra il 12% delle situazioni di povertà assoluta, sono quelle in cui il tasso di disoccupazione continua ad essere tre volte superiore a quello medio (per i giovani 15-24 anni).
Le situazioni di povertà sono state acuite dall’inflazione che nel caso delle retribuzioni ha comportato una perdita di potere d’acquisto comunque superiore a quella subita dai profitti, posto che diverse imprese sono riuscite, in verità soprattutto nello scorso anno, a recuperare qualche margine incrementando i prezzi.
Mettendo insieme i diversi “pezzi” di questo puzzle è allora possibile che l’aumento del tasso di attività (e del numero di persone occupate) sia il frutto della necessità di cercare di alleviare una situazione di forte disagio economico.
Ma leggendo tra le righe i diversi numeri, se l’occupazione si concentra nelle fasce meno retribuite, tipicamente quelle degli operai, il rischio è che non si riescano di fatto a ridurre le situazioni di disagio ma che, nei settori in cui si annidano modeste tutele contrattuali, si possa ampliare l’area della fascia sotto-retribuita.
Allora il problema dell’aumento dell’occupazione non va solo affrontato in termini di quantità, ma valutandone anche gli aspetti di qualità, in sintesi non serve solo maggior lavoro, ma anche “lavoro buono e dignitoso” (come recita l’obiettivo 8 dell’Agenda 2030 e prima ancora l’art. 36 della nostra Costituzione) e forse i segnali che stiamo ricevendo dal mercato devono spingere a una riflessione anche nella seconda direzione, che è poi una direzione di equità.
Su quest’ultimo aspetto anche l’OCSE segnala, nonostante le politiche redistributive adottate, l’aumento della povertà in termini comparati con gli altri paesi, con un gap di 5,3 punti rispetto alla media dei paesi industrializzati e addirittura di quasi 13 punti nei confronti dei cinque paesi best performer.
Nell’equilibrio tra efficienza economica ed equità siamo chiamati perciò a scegliere una posizione non ispirata solo a valutare le quantità, ma che tenga conto dell’importanza della qualità del lavoro e in questo aspetto si sintetizza la “stretta di mano invisibile” tra efficienza ed equità per dirla proprio con le parole di Arthur Okun.
Gaetano Fausto Esposito, Direttore Generale Centro Studi delle Camere di Commercio “Guglielmo Tagliacarne” e docente di Economia Politica all’Universitas mercatorum. Autore di numerosi saggi e volumi sui temi dell’economia finanziaria e dello sviluppo, dell’economia industriale e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. Attualmente si occupa del ruolo dei processi fiduciari nello sviluppo economico e di economia della sostenibilità istituzionale.

