C’è da sempre ampia condivisione sul fatto che il libero commercio sia condizione per lo sviluppo democratico e garanzia di socialità e di pace. Due guerre, una pandemica e l’altra purtroppo guerreggiata, hanno messo in discussione queste convinzioni
Nel 1748 nel suo De l’esprit des lois Montesquieu scrive: “… è regola pressocché generale che dovunque vi siano costumi gentili, vi è commercio e dovunque vi sia commercio vi sono costumi gentili”. Da allora c’è stata ampia condivisione sul fatto che il libero commercio fosse una condizione per lo sviluppo democratico e garanzia di socialità e di pace.
Due guerre, una pandemica e l’altra purtroppo guerreggiata, hanno messo in discussione queste convinzioni. La geopolitica si intreccia sempre più strettamente con l’organizzazione mondiale della produzione. Il conflitto russo-ucraino è solo l’ultimo, drammatico, episodio di una storia che ripropone la necessità di bilanciare singole leadership mondiali con la crescita e lo sviluppo dei commerci, per assicurare un clima di prosperità e di sviluppo.
La crescente interdipendenza economica ha portato l’Europa ad elaborare il concetto di autonomia strategica, facendolo evolvere dall’originaria dimensione politica a quella di assicurare un’adeguata capacità di reazione dinanzi ai sempre più frequenti shock sistemici ed in particolare a quelli che incidono su robustezza e resilienza delle catene del valore.
Nel 1748 nel suo De l’esprit des lois Montesquieu scrive: “… è regola pressocché generale che dovunque vi siano costumi gentili, vi è commercio e dovunque vi sia commercio vi sono costumi gentili”. Da allora c’è stata ampia condivisione sul fatto che il libero commercio fosse una condizione per lo sviluppo democratico e garanzia di socialità e di pace.
Due guerre, una pandemica e l’altra purtroppo guerreggiata, hanno messo in discussione queste convinzioni. La geopolitica si intreccia sempre più strettamente con l’organizzazione mondiale della produzione. Il conflitto russo-ucraino è solo l’ultimo, drammatico, episodio di una storia che ripropone la necessità di bilanciare singole leadership mondiali con la crescita e lo sviluppo dei commerci, per assicurare un clima di prosperità e di sviluppo.
La crescente interdipendenza economica ha portato l’Europa ad elaborare il concetto di autonomia strategica, facendolo evolvere dall’originaria dimensione politica a quella di assicurare un’adeguata capacità di reazione dinanzi ai sempre più frequenti shock sistemici ed in particolare a quelli che incidono su robustezza e resilienza delle catene del valore.
L’autonomia strategica riguarda perciò la capacità dell’Europa di agire come un effettivo global player. La questione nasce del 2013 e si evolve nel tempo. Trenta anni or sono l’Europa rappresentava all’incirca un quarto della ricchezza mondiale, la prospettiva per i prossimi 20 anni è che l’Unione ridurrà il suo peso in termini di prodotto mondiale a circa l’11%, la metà di quello previsto per la Cina e al disotto del 14% degli USA.
Se la questione Ucraina ha riproposto il tema della difesa comune, al contempo ha riportato al centro la fragilità delle interdipendenze produttive, che si era già posta con grande forza con la pandemia.
Negli ultimi anni c’è stato un accorciamento dell’estensione geografica delle catene del valore, cominciato nel 2012, tanto che attualmente la distanza di commercializzazione degli input intermedi è di circa il 9% inferiore. Ma ancora oggi il 53% del commercio mondiale riguarda beni intermedi e i dati relativi al terzo trimestre dello scorso anno dell’Organizzazione Mondiale del Commercio indicano comunque un incremento del 27% di questi flussi.
Non solo, aumenta il livello di criticità di questi processi, se a febbraio 2022 l’indice che misura la tensione delle catene del valore (Global Supply Chain Pressure Index), dopo la forte crescita del 2021, è salito a 4,45 con un incremento di quasi un quarto rispetto al picco di febbraio 2020 in piena pandemia.
Complessivamente l’Europa è una delle aree economiche più integrate al riguardo, nel secondo semestre 2021 l’incremento del commercio europeo di beni intermedi è stato del 61%. Ma ci sono ambiti di forte dipendenza extra-UE, identificati dalla Commissione europea in 137 prodotti, che rischiano di essere particolarmente critici quando si tratta di materie prime di base.
Qui nasce l’esigenza di una autonomia strategica che chiama la necessità di un nuovo approccio, più complesso articolato e integrato, di politica industriale strategica.
Il punto centrale riguarda la gestione del rischio delle forniture, specialmente di quelle che incidono in maniera particolare sulle due “transizioni gemelle”: digitale e green. Già poco prima della pandemia la Commissione europea aveva individuato alcuni ambiti prioritari di una strategia di politica industriale: difesa e aerospazio, settori a forte intensità energetica, energie rinnovabili, digitalizzazione ed elettronica e salute.
Negli ultimi mesi l’intreccio di molteplici questioni ha rilanciato il ruolo di policy per la migliore gestione delle catene del valore, che non possono essere semplicemente limitate alla ricollocazione di produzioni estere nei singoli paesi (reshoring) o all’avvicinamento dei fornitori strategici (nearshoring).
Le singole imprese, anche quelle multinazionali di grandi dimensioni, spesso non sono in grado di identificare precisamente i rischi di fornitura, perché difficilmente riescono ad avere visibilità su tutti i fornitori che partecipano alla produzione dei beni intermedi. Di conseguenza potrebbero essere portate a sottovalutarne i rischi, in particolare quelli sistemici: c’è quindi una distanza tra la valutazione “privata” e quella “sociale”. Da ciò l’urgenza di una politica industriale strategica, necessaria integrazione di un coerente e ponderato approccio di autonomia strategica.
Questa politica non può che essere impostata a livello europeo, per quanto vada strettamente collegata e integrata con le azioni dei singoli stati membri, anche per evitare che da un approccio puramente difensivo impostato a livello nazionale traggano vantaggio solo alcuni paesi, acuendo le tenzioni in Europa.
E non può che partire da un quadro più integrato delle politiche per la ricerca e l’innovazione tecnologica: nell’Unione europea il settore ICT rappresenta l’1,7% del Pil contro il 2,1% della Cina e il 3,3% degli Usa e negli ultimi dieci anni la Cina ha incrementato dello 0,7% la quota del PIL dedicata alla Ricerca e Sviluppo mentre in Europa l’aumento è stato dello 0,3%.
Tutto ciò è necessario perché il commercio internazionale possa essere nuovamente fonte di pace e di benessere, ma anche contribuire a un mondo più equilibrato (e forse più democratico) sotto il profilo geo-politico.
di Gaetano Fausto Esposito, Direttore Generale Centro Studi delle Camere di Commercio “Guglielmo Tagliacarne” e docente di Economia Politica all’Universitas mercatorum. Autore di numerosi saggi e volumi sui temi dell’economia finanziaria e dello sviluppo, dell’economia industriale e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. Attualmente si occupa del ruolo dei processi fiduciari nello sviluppo economico e di economia della sostenibilità istituzionale.
