Brasile, cresce il bisogno di una rivoluzione liberale

di Michele Valensise

“Se a vent’anni non vuoi fare la rivoluzione, sei senza cuore; se a sessant’anni vuoi fare la rivoluzione, sei senza cervello”. Chissà se la vecchia massima torna in mente al suo autore Luiz Inácio Lula da Silva, oggi alle prese con gli affanni “Se a vent’anni non vuoi fare la rivoluzione, sei senza cuore; se a sessant’anni vuoi fare la rivoluzione, sei senza cervello”. Chissà se la vecchia massima torna in mente al suo autore Luiz Inácio Lula da Silva, oggi alle prese con gli affanni di stato presidente in anni di crescita e fiducia (2003-2010).

Investito da recessione economica, corruzione sistematica e indagini a tutto campo della magistratura, il Brasile stenta a trovare la via per superare le difficoltà. Sono soprattutto le troppe rivelazioni di intrecci opachi tra politica e affari ad alimentare insoddisfazione, interrogativi e incertezze. Gli episodi di corruzione si susseguono, coinvolgendo tutte le forze politiche, come un virus trasversale. In assenza di correttivi efficaci, in ultima analisi a farne le spese potrebbe essere la tenuta dello stesso sistema democratico.

Il presidente Temer, ora denunciato per corruzione, ha un indice di approvazione bassissimo, del sette per cento. Il disorientamento è generalizzato, l’ultimo sondaggio è chiaro: i brasiliani che non hanno alcuna fiducia nei partiti presenti in Parlamento sfiorano il settanta per cento. Si aprono spazi sinora impensabili per creatori improvvisati di consensi e predicatori privi di scrupoli. Diffondono messaggi molto sbrigativi, ma ad effetto su una popolazione che deve affrontare varie emergenze, non ultima la sicurezza nelle grandi città, problema anche in Brasile più grave per la gente comune che per i benestanti. Dopo la defenestrazione di Dilma Rousseff, anche la stella di Lula, suo mentore, ha iniziato ad appannarsi. Dinanzi a investigazioni e a un processo penale non del tutto cristallino per “corruzione passiva”, Lula ha ricordato la sua nascita in una famiglia poverissima e illetterata, il lavoro precoce da operaio, l’impegno nel sindacato, l’ascesa al vertice dello Stato.

Cammino lineare, ma forse non basta. Lo si vuole colpire, dice l’ex-presidente, per ragioni politiche, per abbattere le sue idee e impedirgli un ritorno sulla scena politica come possibile nuovo Presidente della Repubblica. I suoi seguaci parlano di complotto, eppure i magistrati non fanno distinzione tra destra e sinistra.

In effetti, se si votasse oggi, Lula sarebbe favorito per tornare al Planalto. Invece è verosimile che le elezioni presidenziali si svolgono alla scadenza naturale, nell’autunno 2018 e a quel punto le possibilità di Lula sarebbero da verificare, dato che la sua candidatura potrebbe essere inammissibile, in caso di condanna penale. L’ex-presidente operaio ha lasciato dietro di sé successi ed errori. Ha promosso crescita economica e Politiche Sociali avanzate, sollevando dalla povertà assoluta più di 30 milioni di brasiliani (su circa 200 milioni di abitanti) Si è però rifiutato di estradare in Italia il pluriomicida Cesare Battisti, decisione per noi dolorosa e deprecabile, nonostante l’impegno del nostro Paese al massimo livello per ottenere giustizia. Ha comunque cercato di ispirarsi più spesso al pragmatismo che all’ideologia: “Non tutto il male che ci circonda dipende da chi sta fuori” aveva detto anni fa al Forum Sociale di Porto Alegre.

Anche se non ha più vent’anni, ora Lula potrebbe ripensare ai meriti di qualche rivoluzione. Perché è di una rivoluzione, ma pacifica e culturale, che il Brasile sembra aver bisogno. Per rinnovare la sua politica e riaffermare la legalità, nei tribunali e nel Paese, e per far sì che nel confronto in atto in Sud America tra peron-populismo e un’idea di democrazia liberale, lì sia questa a prevalere.