“Capitalismo ad alta intensità umana”. L’editoriale di Gaetano Fausto Esposito

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Uno degli aspetti caratterizzanti il modello di successo della nostra economia.
Il richiamo del Presidente della Repubblica Mattarella in occasione della nomina dei nuovi Cavalieri del lavoro per imprenditori di spicco della nostra economia ai valori caratteristici del modo di fare impresa per lo sviluppo in Italia non è nuovo e rientra in una tradizione che, volendo stare al ruolo istituzionale, parte almeno da Luigi Einaudi, che aveva sicuramente una matrice culturale liberale, credeva fermamente nei valori positivi del mercato e della concorrenza, ma si basava su di una concezione umana dell’economia, in cui la capacità imprenditoriale è sicuramente una delle maggiori espressioni della libertà umana, ma deve essere temperata da obiettivi di bene comune.

Einaudi certo, ma la concezione del mercato e dei suoi attori come intrisi di forti elementi sociali appartiene alla tradizione del nostro pensiero economico.

Nelle attuali parole del Capo dello stato riecheggiano quelle di Antonio Genovesi, uno dei protagonisti dell’illuminismo (napoletano).

Scrivendo a metà del 1700 sosteneva l’importanza di una concezioni di mercato come luogo di incontro tra persone, aventi come obiettivo la realizzazione anche personale. Precondizione di tutto questo è l’esistenza di percorsi fiduciari, anzi Genovesi parlava di fede pubblica come uno degli elementi alla base della crescità e dello sviluppo.

Si tratta di un approccio molto diverso da quello alla base del paradigma neoliberistico imperante per tanti anni e che ancora oggi è il modello prevalente. Il capitalismo delle grandi corporation anglosassoni è un capitalismo che, per dirla anche con la parole di uno dei suoi campioni teorici, il Premio Nobel per l’economia Milton Friedman, deve avere come fine etico unico quello di aumentare i profitto, essendo tutte le altre finalità sostanzialmente estranee a una gestione aziendale corretta e nell’interesse degli azionisti.

Il punto non è solo se etica e sviluppo capitalistico possano coesistere (perché è evidente cha la risposta deve per forza essere positiva), ma se finalità etico-sociali possano addirittura essere una molla, in certi contesti e a certe condizioni, per alimentare il processo di sviluppo. E’ qui che si dovrebbe sostanziare un capitalismo ad altra intensità umana, in verità una forma di capitalismo che ha le sue radici nei territori, in quelli dove sono nati i distretti industriali, che poi si sono evoluti in coerenza con i processi di globalizzazione e che negli anni più recenti dà sostanza proprio alle affermazioni di Presidente Matterella sui primati di oggi delle nostre imprese.

Quindi al di là degli aspetti ideali si tratta di capire se imprese che hanno al centro la persone  i suoi valori possono avere una marcia in più per lo sviluppo e non rischino di diventare una specie di utopia come quella di Adriano Olivetti quando si chiedeva retoricamente se l’impresa potesse avere dei fini che andassero oltre il conseguimento del profitto.

In sostanza si tratta di avere delle imprese che rispondono anche ad un progetto di vita, non solo per l’imprenditore e il family business, ma anche per quanti lavorano all’interno e con i tanti altri con i quali vengono in contatto sia come fornitori che come clienti (i cosiddetti stakeholder).

Recenti analisi realizzate dall’Istituto Guglielmo Tagliacarne in collaborazione con l’Unioncamere e la Fondazione Symbola, vanno proprio in questa direzione e sostengono questa ipotesi con dati concreti. Le imprese centrate sulla persona e sulle relazioni, quelle che definiamo imprese coesive e che potrebbero rappresentare esempi di un capitalismo ad alta intensità di relazioni umane, sono vincenti su molti versanti, investono di più in innovazione tecnologica rispetto alle altre, esportano di più, fanno una maggiore attenzione al capitale umano e alla qualificazione delle risorse. In altri termini sembrerebbe che essere coesive conviene, al punto tale che questa platea di imprese tra il 2018 e il 2023 si è incrementata dal 32 al 43 per cento.

Aspetto non trascurabile queste imprese hanno anche una più forte modalità di relazione con le istituzioni, in particolare con quelle dei territori, instaurando così un proficuo rapporto di collaborazione che sfocia anche in vere e proprie forme di cooperazione e di coprogettazione delle azioni, basate su originali forme di sussidiarietà.

In effetti in questi casi si tratta anche di aziende che hanno un maggior livello di coinvolgimento nei territori in cui nascono, esprimendo una responsabilità che spesso mantengono anche quando sviluppano un processo di multinazionalizzazione.

Il punto è che queste imprese a pieno titolo vedono il Made in Italy come il frutto di processi produttivi e culturali che creano un valore differenziale di qualità che giustifica anche quello che viene chiamato premium price rispetto ad altre imprese che competono a livello internazionale. Non hanno come mantra quello della minimizzazione dei costi che si concretizza nell’essere di fatto sradicati da contesti non solo locali ma anche nazionali,

Un capitalismo del genere non può che essere anche un “capitalismo radicato” e attento ai valori della comunità. Non che debba essere l’unica forma al riguardo perché le logiche della competizione internazionale variano a seconda dei contesti e dei settori, e quindi esiste sempre un mix di diverse forme capitalistiche, ma probabilmente il segmento delle imprese coesive, che si muovono sui mercato mondiali ma non secondo di un riduttivo approccio di massimizzazione dei profitti, è quello il cui vantaggio competitivo è frutto di una valutazione in cui gli aspetti di benessere delle persone sono una leva per il miglioramento di produttività e quindi anche della capacità competitiva.

Recentemente un altro premio Nobel per l’economia, molto diverso per matrici culturali da Milton Friedman per quanto ben inserito anche nei valori di sviluppo di stampo anglosassone, Edmund Phelps ha sostenuto che lo sviluppo futuro sarà sempre più uno sviluppo che deve basarsi sulla capacità della società di essere fiorente e quindi deve essere uno sviluppo “indigeno” per il quale occorre far leva in modo particolare sulla creatività e le capacità dei lavoratori.

Viene in mente allora una frase di un grande imprenditore del passato Michele Ferrero, anche lui Cavaliere del Lavoro, quando sosteneva “la mia unica preoccupazione è che l’azienda sia sempre più solida e forte per consentire a tutti coloro che vi lavorano un posto sicuro”. Lui parlava di sicurezza e di coesione sociale che oggi si declina in tanti aspetti dalle possibilità di sviluppo professionale a un maggiore welfare. E ha costituito una grande multinazionale nell’agroalimentare.

Forse il nostro Presidente della Repubblica aveva in mente anche questo tipo di esperienze imprenditoriali quando ha parlato di capitalismo ad alta intensità umana, Ed ha parlato sapendo che non si tratta di una utopia!

Gaetano Fausto Esposito, Direttore Generale dell’Istituto Guglielmo Tagliacarne