I numeri dell’export registrati quest’anno stanno lì a dimostrarlo: l’export delle 4 A (abbigliamento, alimentare, arredamento, automazione) ha ottenuto performance molto importanti.
Credo però che il concetto di made in italy vada ripensato.
Va ripensato perché sempre più numerose produzioni italiane sono apprezzate dai consumatori nel mondo perché incorporano l’Italian Way of live, ma anche perché includono tanta eccellenza tecnologica, tanta innovazione, una dose considerevole di sostenibilità e una affidabilità riconosciuta nel mantenere standard qualitativi elevati.
Inoltre, molti prodotti italiani entrano a far parte di beni finali realizzati in altri Paesi, come dimostra la crescita del 37,8% dell’export di beni intermedi. Per questo ritengo che oggi il Made in Italy è fatto da una svariata pluralità di settori: i primi 50 prodotti che esportiamo nel mondo valgono il 29% del nostro export, mentre nell’export di Germania, Francia, Giappone i primi 50 prodotti pesano molto di più.
Seconda riflessione. II numero delle imprese esportatrici si è ridotto del 3,3% tra il 2016 e il 2019, passando da 127.000 a 123.000, perché si è ridotto il numero delle piccole imprese esportatrici. Ci sono almeno 44-48mila Pmi che potrebbero esportare e non lo fanno, facendo mancare circa 40 miliardi di euro al nostro export, una quota pari al 7%. Ecco perché sarebbe utile un ridisegno della strategia di internazionalizzazione del nostro Paese, che raggiunga e affianchi costantemente le imprese di minori dimensioni. E si rivela un grave errore che una recente norma abbia creato impedimenti all’aiuto che le Camere di commercio possono dare all’export.
