Italia e Cina, partnership da ricalibrare

15“Gli investimenti produttivi cinesi trovano, e troveranno, nel nostro Paese una destinazione sicura e un clima incoraggiante”. In questa frase – semplice e chiara – può essere riassunto il senso della visita di Stato che ha portato il Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, nella Repubblica Popolare Cinese alla fine di febbraio scorso.

A favorire una più stretta collaborazione economica e commerciale, auspicata da entrambe le parti, vi è certamente il sentimento di forte e reciproco rispetto culturale fra i due Paesi che il Presidente Cinese Xi Jinping ha infatti voluto rimarcare: “Italia e Cina sono due civiltà millenarie che da sempre si affascinano e rispettano reciprocamente”.

La Cina ed i cinesi nutrono un’ammirazione sincera nei confronti della cultura e del patrimonio artistico del Belpaese come si evince, ad esempio, dai dati sul turismo che confermano come l’Italia sia la meta europea preferita dai viaggiatori cinesi con circa 1,4 milioni di presenze registrate (dati 2015). L’obiettivo però è quello di rendere sempre più attrattivo il nostro Paese anche per quel che riguarda gli investimenti e la missione, in questo senso, ha portato a dei risultati concreti come la firma di ben tredici accordi bilaterali del valore complessivo di circa 5 miliardi di euro tra cui spiccano quelli di Fincantieri, Ansaldo Energia e Prysmian. D’altra parte anche la presenza italiana in Cina è significativa non solo per merito delle nostre aziende più grandi ma anche per l’attivismo di tante nuove piccole realtà produttive che stanno trovando ampi spazi di opportunità sul mercato cinese ed oggi si contano già 2.000 imprese tricolori in Cina che generano 5 miliardi di euro di fatturato e ben 60mila posti di lavoro.

Il Presidente italiano si è anche pronunciato chiaramente a sfavore delle politiche isolazioniste che sembrano aleggiare sugli Stati Uniti, storicamente considerati come il prototipo di un’economia liberista, e che invece con Trump sembrano aver cambiato decisamente registro: “Dobbiamo lavorare intensamente, per individuare soluzioni che contrastino le tendenze all’involuzione, alla chiusura, all’unilateralismo”.

D’altro canto la Cina si trova invece a vivere una situazione opposta perché Pechino appare sempre più decisa ad abbandonarsi all’abbraccio della globalizzazione dopo decenni in cui, per usare un eufemismo, non ne è certamente stata la più fervente sostenitrice.

Oggi comunque Italia e Cina stanno attraversando un periodo particolarmente florido in termini di rapporti bilaterali: se il Belpaese rappresenta il sesto partner commerciale cinese nel Vecchio Continente e tra i principali destinatari degli investimenti cinesi, Pechino è addirittura il quinto partner commerciale italiano su scala globale.

I disponibili relativi all’interscambio tra Italia e Cina (2015) certificano 38,6 miliardi di euro di beni scambiati fra i due Paesi (+8% rispetto al 2014) tuttavia le relazioni commerciali rimangono molto sbilanciate a favore di Pechino che importa dall’Italia circa 10,4 miliardi di euro annui e ne esporta ben 28,1.

Il Belpaese, quindi, dovrebbe cercare di trovare la chiave giusta per ridurre l’ampio deficit commerciale che nel 2015 si attestava a 17,7 miliardi di euro.

Appare evidente che, nonostante il discreto trend in atto, esistano ancora enormi margini di miglioramento per le imprese italiane che vogliono fare business con la Cina e d’altronde sarebbe sorprendente il contrario in un mercato composto da 1,37 miliardi di persone.