Sebbene i dati sull’occupazione siano migliorati, siamo comunque inferiori alla media europea e in tema di qualità e dignità del lavoro, c’è una quota consiste di occupazione vulnerabile. Fa riflettere la quota di lavoratori italiani che vive in famiglie a rischio di povertà
Secondo Peter Drucker “la risorsa fondamentale nello sviluppo economico sono le persone. Sono le persone, non il capitale o le materie prime, a sviluppare un’economia”. L’affermazione del padre della moderna disciplina del management aziendale richiama la centralità dell’occupazione nelle imprese e la valorizzazione del capitale umano.
Il recente Rapporto dell’Istat sulla Situazione del Paese consente di apprezzare questo fenomeno in Italia in tutte le sue dimensioni. È sicuramente un dato positivo che il tasso di occupazione sia oggi al valore più alto degli ultimi venti anni, ma occorre guardare dietro le cifre per coglierne gli aspetti di qualità, anche in un ambito di comparazione internazionale.
Il primo dato è proprio il tasso di occupazione, che malgrado le recenti performance, è comunque inferiore alla media europea. Ci separano quasi 16 punti da quello tedesco, 7 rispetto a quello francese e 4 da quello spagnolo.
In tema di qualità e di dignità del lavoro siamo anche un paese in cui c’è una quota consiste di occupazione vulnerabile. Un indicatore è dato dal part-time involontario: da noi quasi il 60% di queste figure professionali vorrebbe lavorare di più ma non riesce a farlo. Se c’è stata una stabilizzazione dei contratti negli ultimi tempi è però anche vero che la percentuale degli occupati a termine è ancora superiore a quella di Germania e Francia.
Ci sono aspetti che sembrerebbero paradossali se non inquadrati in una analisi sempre qualitativa. Pensiamo al cosiddetto “mismatch orizzontale”, ossia alla difficoltà delle imprese di trovare occupati corrispondenti al livello di qualificazione richiesta. Un fenomeno cresciuto negli anni, che ci pone al quarto posto in Europa e che riguarda anche le qualifiche meno elevate, se secondo una recente analisi dell’Istituto Tagliacarne il 73% degli imprenditori che assumono stranieri lo fa per indisponibilità di personale italiano.
L’offerta di lavoro sta cambiando e divengono sempre più importanti motivazioni personali e relazionali che accompagnano quelle lavorative in senso stretto, ma non possiamo trascurare che da noi il livello delle retribuzioni è sostanzialmente basso, tra il 2013 e il 2023 in media sono cresciute poco più della metà della media europea, e poiché abbiamo avuto negli ultimi due anni una inflazione particolarmente elevata, oggi siamo l’unico dei grandi paesi europei dove le retribuzioni reali sono ancora inferiori a quelle del 2013.
Deve far riflettere che la quota di lavoratori italiani che vive in famiglie a rischio di povertà è oggi dell’11,5% contro un valore medio europeo dell’8,5%.
Ma lavoro pieno e soddisfacente è anche lavoro dove le persone sono riconosciute per il livello di qualificazione dell’istruzione e riescono a trovare un posto coerente con le aspirazioni. Qui interviene il cosiddetto “mismatch verticale”: nel 2023 circa il 34% degli occupati laureati sono sovra-istruiti rispetto alle mansioni che svolgono, in aumento rispetto al 2019. La situazione è anche frutto di una scarsa adeguatezza di alcuni titoli di istruzione rispetto ai compiti da svolgere, ma riduce la produttività del lavoro.
E veniamo proprio alla questione della produttività. Le retribuzioni possono crescere se aumenta la produttività, ossia la produzione di beni e servizi a parità di input di lavoro, ma da noi la produttività del lavoro ha segnato il passo nonostante un recente crescita degli investimenti. Pagare salari più elevati in questa situazione potrebbe volere dire portare fuori mercato una impresa. Sembra quindi che siamo in una sorta di circolo vizioso: c’è più precarietà e minore crescita delle retribuzioni perché la nostra capacità di produrre a parità di lavoro è minore di altri paesi con cui competiamo e questo comporta a sua volta minori retribuzioni.
Ma qui dobbiamo cercare di cambiare angolo visuale focalizzando sulla relazione tra imprese e lavoratori.
L’inflazione ha causato una modificazione della distribuzione del reddito. Nei mesi scorsi c’è stato dibattito sulla capacità delle imprese europee di aumentare i prezzi, probabilmente da noi la situazione è anche meno pesante rispetto a quanto accaduto in altri paesi, ma resta il dato, come afferma il Rapporto dell’Istat, che le imprese hanno reagito agli aumenti dei prezzi attraverso un parziale adeguamento dei margini di profitto mentre il potere di acquisto dei salari si è ridotto sostanzialmente. In diversi settori i profitti sono cresciuti.
Dinanzi a questa situazione ci potrebbero essere due atteggiamenti di apertura delle imprese, destinare una parte dei profitti all’incremento immediato delle retribuzioni, o utilizzarne una quota per investimenti che diano valore alle risorse umane (fermo restando il mix tra le due scelte).
La prima strada potrebbe avere benefici a breve termine, ma probabilmente è la seconda che potrebbe assicurare una maggiore e migliore tenuta competitiva, perché aumentare la produttività del lavoro crea le condizioni per un più sostenuto recupero delle retribuzioni nel prossimo futuro.
Insomma se vogliamo cambiare il mercato del lavoro serve un atteggiamento anche da parte delle imprese (o di alcuni segmenti) che dia effettivo senso alle diffuse dichiarazioni di strategicità del lavoro qualificato per la crescita. Senza di questo anche ulteriori incrementi del tasso di occupazione, per quanto auspicabili, rischiano di non avere effetti sul processo di valorizzazione delle persone come “risorsa fondamentale nello sviluppo economico”.
Perché, per dirla con le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “naturalmente, non sarà possibile creare nuovo lavoro, sostenere le innovazioni necessarie, affrontare con coraggio e creatività la competizione dei mercati senza il protagonismo delle imprese, grandi, medie e piccole”.
Gaetano Fausto Esposito, Direttore Generale Centro Studi delle Camere di Commercio “Guglielmo Tagliacarne” e docente di Economia Politica all’Universitas mercatorum. Autore di numerosi saggi e volumi sui temi dell’economia finanziaria e dello sviluppo, dell’economia industriale e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. Attualmente si occupa del ruolo dei processi fiduciari nello sviluppo economico e di economia della sostenibilità istituzionale.

